La seguente checklist per sviluppare dei piani di marketing in periodi di recessione, fu redatta dalla American Association of Advertising Agencies per affrontare la crisi del 1990.
Fase I: Valutazione dei fattori esterni
• Timing (tempistica): Quando si prevede che la recessione inizi e finisca? Quanto tempo ci vorrà per il recupero.
• Impatto sull’industria: Fino ad adesso l’industria/azienda, durante un periodo di crisi, ha avuto un ruolo di leader o da gregario? Quanto sono state colpite dalle recessioni passate, in paragone alle loro concorrenti?
• Tecnologia: Storicamente, che rapporto ha l’industria con i nuovi sviluppi della tecnologia? Possono l’azienda o i suoi competitors guadagnarsi un vantaggio a lungo termine se enfatizzano l’R&D durante la recessione?
• Concorrenza: Come hanno reagito i concorrenti nelle precedenti recessioni? Considerando i loro punti di forza e di debolezza, come reagiranno nelle recessioni future? Come può l’azienda rispondere al meglio alle probabili mosse dei suoi concorrenti?
• I consumatori: in che modo i cambieranno le loro abitudini di acquisto, per adeguarsi al periodo di crisi? Fino a che punto sono disposti a scendere nella scala del consumo, posporre acquisti, negoziare per delle concessioni o cercare dei fornitori meno cari?
• I segmenti di mercato: Come cambierà la domanda in tutti i segmenti di mercato? Per esempio, quali segmenti sono più (o meno) sensibili al prezzo, o quali con più probabilità decideranno di tagliare sugli optional. In ultima istanza, c’è qualcuno che è più propenso a essere profittevole in recessione?
• Valore: Come fanno i consumatori a stabilire il valore di un’azienda? In che modo si può esaltare il valore senza incrementare i costi e senza rischiare di danneggiare l’immagine del brand e dell’azienda.
Fase II: Valutazione dei fattori interni
• Risorse finanziarie: Quali sono le risorse e le debolezze finanziarie dell’azienda,
come margini di profitto, liquidità, accesso al capitale, e costi di gestione? Come è
possibile gestirli in maniera più efficace, in modo da minimizzare l’impatto della
recessione? Come si può investire le risorse finanziarie per fare leva sulla futura
posizione di mercato (per esempio per la pubblicità, aumentare le quote di mercato,
mentre i concorrenti decurtano i budget)?
• Risorse umane: Quanto sono critici i dipendenti nei confronti dei successi
dell’azienda? Le loro capacità (o la mancanza di esse) aumentano l’attrattiva di
alcune alternative strategiche connesse ad altre prospettive? Quale attenzione dà
l’azienda alla sua forza lavoro? Quanto è difficile espandere o contrarre la forza
lavoro secondo le fluttuazioni della domanda?
• Risorse fisiche: Quanto sarebbe difficile espandere o contrarre la gestione
aziendale, sempre che questo sia necessario? Per esempio se si sceglie una
strategia di crescita delle quote di mercato, potranno la fabbrica e le attrezzature
essere all’altezza per soddisfare la domanda sia durante che dopo la recessione?
Fase III: determinazione della strategia
• Atteggiamento: Tenendo ferme le indicazioni precedenti e gli obiettivi aziendali, gli
affari prenderanno un piega offensiva, in modo da poter sfruttare le opportunità e prendere vantaggio sui concorrenti vulnerabili, o piuttosto un atteggiamento difensivo lottando per la sopravvivenza?
• Opzione offensiva: Se si sceglie un atteggiamento offensivo, quali opzioni presentano le migliori opportunità: aggiungere quote di mercato, innovare, attrarre
nuovi segmenti di mercato, diversificare le offerte di prodotto, accrescere la propria
reputazione per la qualità e il servizio?
• Opzioni difensive: Se viene scelto un atteggiamento difensivo, quali opzioni
soddisferanno al meglio gli obiettivi a breve termine dell’azienda: taglio dei prezzi per mantenere i volumi, oppure un taglio dei costi per mantenere i margini?
Fase IV: Revisione e controllo
• Relazioni: Come cambieranno le relazioni con i clienti, distributori, impiegati, fornitori e con gli altri componenti durante la recessione? Ci sono dei modi per monitorare questi cambiamenti, cosa si può fare per risollevare le relazioni che nel frattempo si sono indebolite?
• Controllo dei danni: Le strategie di marketing implementate hanno raggiunto gli
obiettivi a breve termine? Se non l’hanno fatto, è possibile modificare i piani?
• Posizione per il futuro: I piani di marketing implementati hanno raggiunto gli obiettivi a lungo termine, dando la possibilità all’azienda di crescere e prosperare dopo la recessione? Se non l’hanno fatto, quali sono le modifiche più fattibili al piano?
• Responsabilità: Chi deve monitorare l’implementazione e il successo del piano di
marketing per la recessione?
Fonte:Assocomunicazione
giovedì 26 febbraio 2009
Piano marketing anti-crisi
Il Marketing in periodo di crisi
Qui di seguito alcune case-history tratte dal sito della EACA, European Association of Communication Agencies.
Millward Brown (www.millwardbrown.com) spiega come tagliare il budget può causare una riduzione del “legame” che il consumatore ha nei confronti della marca. Se la cessazione di comunicazione è superiore ai sei mesi ne soffriranno soprattutto il consumo e l’immagine del brand, due elementi cruciali che concorrono a determinare il legame tra il consumatore e la marca stessa.
Questo è stato particolarmente vero in settori merceologici particolarmente sensibili al prezzo. Questa situazione si potrebbe accentuare maggiormente proprio in questa crisi, dove il passaparola online e offline amplifica la visuale sulle marche da parte del consumatore in maniera più veloce che nelle recessioni precedenti.
Data2Decisions, un’azienda di consulenza su modelli econometrici, ha fornito delle prove sull’effetto intervallo-di tempo. Gli effetti a lungo termine della pubblicità sono tipicamente più lunghi di quelli a breve termine.
Nel periodo in cui si incorre in un taglio di budget, la marca continuerà a beneficiare degli influssi positivi degli anni precedenti, inducendo a un pericoloso errore di valutazione sulla profittabilità a breve termine. Tuttavia, gli effetti dannosi di questa politica economica si ripercuoteranno per molti anni a venire sull’azienda. Deviare il budget di comunicazione su promozioni a breve termine basate sul prezzo, generalmente danneggia i valori della marca e potrebbe anche risultare poco profittevole.
Malik PIMS ha un database che raccoglie gli indicatori di performance economici di più di 1000 aziende, lungo un periodo di parecchi anni. Egli dimostra come la politica vincente in un periodo di crisi economica è quella di incrementare, non decrementare, lo sforzo di marketing.
L’aumentata share of voice porta a un incremento della preferenza da parte dei consumatori, e quindi in un aumento delle vendite e della profittabilità nel periodo post crisi.
La recessione consente di avere una finestra di opportunità per un incremento di
quote di mercato a basso costo per quei brand che incrementano i loro investimenti
durante un periodo di crisi.
Il risultato a breve termine del taglio delle spese sembra al primo momento attraente, mentre in realtà sta soltanto mascherando il considerevole danno che si sta creando sui guadagni a lungo termine.
Effetti da “taglio budget”
Paul Dyson – fondatore della D2D Limited, un’agenzia indipendente di analisi e creazioni di modelli – ha analizzato una serie di studi dai quali emerge l’idea che mantenere il budget pubblicitario durante un periodo di crisi dà giovamento ai brand in questione. Il messaggio è chiaro: le marche che hanno mantenuto i loro budget durante una recessione ne sono venute fuori fortificate e con maggiori guadagni di coloro che invece hanno tagliato la spesa. Alcuni di questi studi hanno evidenziato come addirittura in alcuni casi i benefici si siano visti a recessione finita, anche nei due o tre anni successivi.
- Roland Vaile 1923, studio su 200 aziende, risultato: incrementi di vendita maggiori per coloro che hanno speso di più in comunicazione
- Buchen Advertising 1947, comparazione tra Advertising e trend di vendita, risultato: le aziende che hanno tagliato la spesa in comunicazione hanno perso quote e hanno continuato a soffrire anche a recessione finita
- McGraw-Hill 1981-1982, comparazione tra Advertising e trend di vendita, risultato: vendite/guadagni mantenuti/aumentati sia durante la recessione che negli anni seguenti, per tutti colori che hanno mantenuto intatti gli investimenti
- Pims 2002, comparazione tra Advertising e trend di vendita, risultato: tutti coloro che hanno mantenuto invariata la spesa pubblicitaria durante il periodo dicrisi, hanno avuto un incremento doppio rispetto a coloro che hanno tagliato il marketing.
A questo bisogna anche aggiungere altri elementi di natura più soggettiva: in una recessione, i consumatori tendono a ritenere più sicuri e aspirazionali i marchi più pubblicizzati.
Ovviamente questo ci fa capire che il successo non è determinato solamente dal coraggio di mantenere il proprio budget anche in un periodo di crisi, è per forza necessario che almeno alcuni dei competitors non siano altrettanto coraggiosi.
Ci sono dei fattori aggiuntivi che operano durante le recessioni. Innanzitutto, i costi della pubblicità (specialmente quella televisiva) si abbassano a causa del calo della domanda. Così con lo stesso investimento si ottiene di più.
I consumatori a loro volta riducono le spese stando così di più a casa, quindi l’audience televisiva è più alta. Questo trend permette agli utenti più coraggiosi di ottenere di più con lo stesso budget.
Tuttavia, questo non spiega come mai i brand che continuano a fare comunicazione durante la recessione, ne beneficiano per molto tempo anche in seguito.
I concorrenti, a crisi finita, riprendono ad investire abbastanza velocemente, soprattutto se hanno perso quote di mercato durante la recessione. Il primo pensiero è che si debba ristabilire a breve la situazione pre-crisi, ma la storia dimostra che questo non avviene, almeno nell’immediato. Il motivo per cui non si ritorna subito alla situazione precedente è legato agli effetti a lungo termine della pubblicità.
Sfortunatamente non c’è nessun modo convenuto di calcolare direttamente i benefici a lungo-termine della pubblicità.
Studi provano che il ritorno a lungo termine può essere anche quattro volte superiore di quello a breve termine.
A seguito di un taglio di budget, un brand continuerà a beneficiare dagli investimenti di marketing fatti negli anni precedenti. Questo mitigherà gli effetti a breve termine del taglio e risulterà essere pericolosamente fuorviante per l’incremento a breve termine.
Ma il danno maggiore lo riceverà la profittabilità a lungo termine, che all’inizio non verrà notato. Questo dimostra che l’effetto a lungo termine della pubblicità (che spesso comprende fino all’80% dell’effetto totale della spesa pubblicitaria) e la sua durata, possono essere un fattore determinante delle vendite non solo durante la recessione stessa, ma anche per un po’ di tempo dopo.
Ci vogliono tre o quattro anni per ritornare al livelli di vendita pre-taglio, e anche nel caso di un taglio del 50% per un anno ci vogliono comunque almeno due anni per recuperare il terreno perso.
Questa è una delle possibili spiegazioni su perché i brand che non tagliano in comunicazione durante una recessione, sembrano giovarne anche tre anni dopo la fine della crisi: i brand concorrenti che hanno ridotto le spese impiegheranno del tempo per ritornare al livello precedente.
La cosa critica è che dovrebbe far riflettere maggiormente è che l’incremento di spesa richiesto per ritornare entro un anno al livello di vendite pre-crisi, è di circa il 60% in più rispetto alla cifra risparmiata tagliando la spesa in comunicazione. E tutto ciò, tenendo fermo il presupposto che i consumatori si possano riconquistare facilmente, cosa che non è sempre vero. Da un punto di vista finanziario l’unica giustificazione per tagliare la spesa pubblicitaria è l’eventuale bisogno di liquidità.
Altrimenti, le cifre non tornano.
Fonte: Assocomunicazione
venerdì 13 febbraio 2009
AUDIPRESS, SALTANO I DATI AUTUNNALI: DAL 2009 SI RILEVA LA LETTURA STAMPA-WEB

Mentre si lavora al nuovo impianto, che vedrà la luce nel 2010, si è deciso di non pubblicare i dati dell'autunno 2008.
Novità per Audipress. La ricerca sui lettorati della stampa, infatti, sarà sospesa per tutto il 2009, dopo i risultati sorpendenti della rilevazione autunnale 2008 (che avrebbero dovuto essere pubblicati in questi giorni, e che invece saranno sospesi), che per la prima volta introduceva nuove sezioni di ricerca, volte a valutare da un lato la correlazione tra lettura su carta e su web e dall’altro il vissuto dei lettori nei confronti delle testate lette.
Sembra che proprio le risposte date su questi temi dai lettori intervistati abbia suggerito che è venuto il momento di ripensare completamente Audipress, tenendo in considerazione un mondo dove il lettoratto è diventato multimediale. "La sperimentazione - afferma infatti un comunicato di Audipress - ha fornito spunti molto utili che suggeriscono lo studio di una significativa evoluzione dell’indagine di lettura della stampa in Italia.
Di conseguenza, il cda di Audipress, riunitosi in data 27 Gennaio 2009 sotto la guida del presidente Vincenzo Vitelli, ha deliberato di avviare lo studio e la definizione di un nuovo modello di indagine, basato sugli elementi scaturiti dalla sperimentazione realizzata nell’autunno 2008 e tenendo conto dei cambiamenti strutturali del mondo della comunicazione intervenuti negli ultimi anni". Ma c'è di più. "I dati rilevati con la nuova metodologia - prosegue il comunicato - non sono confrontabili con i precedenti, e conseguentemente il consiglio ha deciso di non dare luogo alla pubblicazione dei dati dell’indagine sperimentale autunno 2008". Il comitato tecnico di Audipress verrà a breve incaricato di analizzare i risultati della recente sperimentazione e definire la nuova metodologia di indagine di lettura che vedrà la luce nel corso del 2009.
I risultati saranno quindi diffusi presumibilmente non prima del 2010. Inoltre, il consiglio ha deliberato di promuovere incontri operativi con gli operatori della comunicazione, per informarli delle linee guida della nuova indagine al fine di ottimizzarne l’utilizzo e rispondere in pieno alle esigenze del settore.
Fonte: Pubblicità Italia
OGGI SI PARLA DI... SHOP SHARING!!!

Nella stessa direzione i dati di Kinetic, secondo cui il modello «in store» cresce del 20-30% in media ogni anno, con picchi del 70-80% in relazione alle nuove strutture con un valore commerciale dell’intero comparto pari a circa un miliardo di euro.
L’ultimo trend in tema di Marketing Shopper è il “Temporary” Shop Sharing. Come se non bastasse l’idea di un negozio con “scadenza mensile”, ecco che arriva il negozio “in multiproprietà”!!!
“Shop Sharing” non è da intendersi letteralmente come condivisione del negozio, quanto più come un’alternanza di diverse marche all'interno del medesimo spazio espositivo, posizionato in una location strategica, di solito centrale e facilmente raggiungibile. Ciascuno dei Brand “multiproprietari” gestisce e organizza il negozio secondo la propria strategia di shopper marketing per il periodo di un mese, passando poi il testimone all’azienda successiva.
Stravolgendo il concetto di fiducia legata al negozio abituale, lo Shop Sharing conquista il consumatore perché ne attira la curiosità offrendogli ogni mese qualcosa che lo sorprenda.
Molteplici i vantaggi offerti da questi negozi pro tempore: possibilità di usufruire di un luogo strategico ad alta visibilità ma con un notevole abbattimento dei costi dovuto alla temporaneità e senza dover per questo compromettere la personalizzazione dello store che resta assolutamente distintivo del proprio Brand e, se accompagnato dalla giusta campagna di comunicazione, non rischia di creare confusione tra le marche.
L’interesse per questo tipo di attività sta crescendo in Italia, sia da parte di aziende che, vendendo abitualmente attraverso la grande distribuzione, hanno finalmente un’occasione di contatto diretto col consumatore, sia da parte dei grandi Brand retail che ne riconoscono l’opportunità strategica per lanciare un prodotto o un servizio nuovo, o semplicemente per dare un tocco di distinzione e innovazione alla loro immagine.
Fonte: mymarketing
DOVE C'È UN PRODOTTO, C'È CASA

In tanta retorica imperversante su maternità (e paternità!), ecco un messaggio allegramente cinico. La sostituzione di un figlio con un prodotto, del resto, non è nuova in pubblicità.
Ci aveva già pensato, come dicono i politici, 'in tempi non sospetti', il genio di Armando Testa, inventando il fantascientifico pianeta Papalla, i cui abitanti erano tutti rotondi e con gli occhiali a forma di televisione.
Gli indimenticabili Caroselli, in cui veniva intervistato il luminare della scienza professor von Krapfen, si concludevano tutti con il lieto annuncio: 'Mia moglie aspetta un Philco'.
E nessuna autorità religiosa, ci sembra, si scandalizzò allora per il relativistico scambio tra attesa di un bambino e attesa di un prodotto.
Forse perché la Chiesa ancora non era entrata in conflitto con ogni aspetto della nostra vita materiale, forse perché la televisione non aveva ancora perso tutta la sua aura di scatola magica, rivelandosi quel mezzo demoniaco che in realtà è.
Fatto sta che i creativi di oggi, se si sono posti il problema, lo hanno superato con un salto di ironica invenzione. E, rispetto ai tempi di Papalla, hanno attuato lo scambio non per assonanza, ma per immagini. Vediamo il giovane papà prima rimanere muto ed estatico davanti all'annuncio, poi prepararsi all'evento destinato a cambiare la sua vita.
Solo che il luogo celestiale destinato ad accogliere il nuovo membro della famiglia non è una stanzetta piena di pupazzi di peluche, ma un garage. E l'automobile che, vuoi per il costo del petrolio e i suoi effetti bellici, vuoi per l'inquinamento e i problemi di vivibilità metropolitana, è diventata in realtà un incubo, nella invenzione dei creativi riacquista la sua innocenza neonatale.
Quasi riconciliata con il ritmo naturale dell'esistenza, la macchina non puzza, non consuma, non fa rumore. Si limita ad occupare nel nostro spazio vitale il posto di un sogno materiale e quasi carnale, come alle origini del miracolo economico.
Quando davvero l'arrivo della Cinquecento in una famiglia era un lieto evento.
Fonte: Pubblicità Italia
LA MARCA? QUESTIONE DI PUNTI DI VISTA

Ed è cosí che i supermercati tedeschi riempiono i loro bancali di pizze surgelate chiamate Italissimo, di vini chiamati Terrilogio, di caffè chiamati Bellarom, di cibi salutistici chiamati Linessa.
Il mercato tedesco degli alimentari è invaso di prodotti dai nomi di marca italiani o per lo meno dalla tale sonoritá. Non sempre questi brand sono nomi realmente esistenti in italiano, anzi il piú delle volte sono veri e propri strafalcioni grammaticali come Capucino scritto senza raddoppio consonantico, Lidea senza accento, Cremissimo anziché cremosissimo, Naturana e non naturale, Tassimo e non tantissimo.
Ma gli errori piú esilaranti si notano non tanto sul piano lessicale quanto piú su quello semantico: un prodotto per la pelle dei bambini chiamato Pelsano farebbe sorridere le mamme italiane, perché richiama il pelo e non la pelle, una tisana chiamata Sidroga le farebbe invece inorridire, quando contrariamente una mamma tedesca la comprerebbe ad occhi chiusi fiduciosa di nutrire il suo bambino con una tisana biologica di origine naturale! Un prodotto erboristico di nome Alverde scoraggerebbe anche le salutiste piú convinte che penserebbero che il prodotto sia tanto costoso da lasciarle appunto “al verde”!
Possiamo notare che l´aggettivo italiano piú usato nel mercato tedesco è “bello”, poiché riassume l´impressione che i tedeschi hanno di “Bella Italia”. E allora via libera a: Bellaris, Mabella, Belinea, Bellmira, Bellagio, Belolive, Belfrutta, Bellina, Belmondo, Bellinda. Agli occhi di un tedesco l´Italia rimarrá sempre il paese del sole, della gente amichevole, delle vacanze, della genuina e buona cucina, della moda e dell´arte, a confermarlo tutti i nomi di marca che richiamano questi concetti: Sanosan, Caravita, Gelita Sol, Nebona, Vitapan, Viva, Amicelli, Giotto, Raffaello, Quadro, Sapori, Amica, Fortuna, Benvenuto, Passionata, Sanetta. In particolar modo la moda è, assieme agli alimentari, la categoria merceologica che piú subisce questo fenomeno di “italianizzazione” del nome. Le aziende tedesche tessili, di moda e di scarpe fanno a gara di chi ha il nome dalla sonoritá piú italiana: Vero Moda, Dinomoda, Madonna, Passionata, Lana Grossa, Belmondo, Borelli, Fortuna.
Se i tedeschi ricorrono a nomi italiani, o che pretendono di esserlo, per arricchire i loro prodotti di tutte le caratteristiche pregevoli che associano all´Italia, gli italiani contrariamente prendono le distanze dalla loro italianitá. Prodotti dai nomi troppo italiani sembrano banali e poco attraenti per un italiano ed è cosí che le aziende ricorrono a nomi stranieri, soprattutto inglesi. Un nome straniero attrae ed incuriosice nel mercato italiano tanto quanto un nome italiano attrae ed incuriosice nel mercato tedesco.
La moda italiana, rinomata e ambita in tutto il mondo, si traveste da straniera in casa sua con nomi come Tod´s, Hogan, Diesel, Gas, Liu Jo, Miss Sixty, Costume National, che danno un tocco di internazionalitá al prodotto suscitando la curiositá di un italiano. Chi direbbe che un´azienda che si chiama Costume National non è francese ma milanese, o che Diesel è un´azienda sorta ai piedi delle Prealpi venete? Ma tutto questo uso di forestierismi comporta ancora una volta problemi dal punto di vista semantico, per esempio Tod´s, rinomata industria di calzature, contrariamente alle aspettative non ha un grande successo in Germania perché il nome non è di buon auspicio, significa infatti “morto”.
Per quel che riguarda i prodotti alimentari, i tedeschi, nostri cugini del nord, in Italia sono famosi soprattutto per la birra e i wurstel (detto all´italiana). Da quanto testimoniano i prodotti che compaiono nei supermercati italiani sono molte le imitazioni italiane di queste due specialitá e hanno nomi che fanno sorridere un tedesco: Wüber, azienda lombarda di wurst, ha chiamato la sua qualitá grande Wüberone e quella piccola Wüberini utilizzando le desineze italiane tipiche dei diminutivi e dei superlativi. Il birrificio Splügen invece una giustificazione al nome tedesco ce l´ha. La birra è prodotta in provincia di Sondrio, vicino al passo dello Spluga (Splügenpass in tedesco) al confine con la Svizzera. Tra la scelta del nome italiano e quella del tedesco, peró, il birrificio non ha esitato a optare per il secondo, quasi a dire “buona come una birra tedesca”.
Infine concludiamo con un nome né tedesco, né inglese, né (come apparentemente sembra) danese: Häagen-Dazs. Il brand name del famoso gelato americano è un nome costruito ad arte, puramente fittizio, dalla sonoritá scandinava. Una tale scelta è stata adottata per far sembrare europeo il prodotto al pubblico americano ed essere associato agli stereotipi europei di tradizione e artigianato. La scelta è ricaduta su un paese scandinavo per veicolare i concetti di freschezza e naturalezza.
Negli esempi che abbiamo segnalato, l´uso di un nome di marca straniero sottintende la volontá di associare al prodotto le emozioni e sensazioni veicolate dal suo paese di provenienza. In questi casi la scelta della lingua straniera è basata sulla buona reputazione del paese che caratterizza il prodotto come originale ed autentico. Ció sottolinea il fatto che a volte a guidarci sono le impressioni e le percezioni che abbiamo nei contronti delle altre culture.
Fonte: MyMarketing
L’adv tra gennaio e novembre '08 è calata del 2,1%

Nel confronto mensile, novembre 2008 su novembre 2007, mostrano un segno negativo tutti i settori ad eccezione di Abitazione e Giochi/Articoli scolastici.
Le aziende attive in pubblicità commerciale nazionale negli undici mesi del 2008 sono 17.395 con un investimento medio di 418 mila euro (-2,8% sul gennaio-novembre 2007).
I Top Spender del periodo sono, nell’ordine: Ferrero, Unilever, Vodafone, Wind, P&G, Tim, Barilla, Volkswagen, Fiat Div. Fiat Auto e L’Oreal.
Queste dieci aziende hanno investito circa 1.211 milioni (+2,4%).
L’analisi per mezzo evidenzia sul progressivo a novembre 2008 un calo del -0,7% della Televisione e del -6,5% della Stampa.
In particolare, i Quotidiani a pagamento registrano il -6,3%, con la Commerciale Nazionale a -10,3%, la Locale a +0,6% e la Rubricata/Di Servizio a -4,2%.
Sui Quotidiani sono in diminuzione gli investimenti delle Auto (-19,5%), della Finanza/Assicurazioni (-19,4%), dei Servizi Professionali (-2,0%) e della Distribuzione (-9,8%).
E’ positivo, ma in rallentamento, l’Abbigliamento (+9,5%). I Periodici sono in flessione del -6,8%, con un deciso calo registrato soprattutto negli ultimi mesi. Tra i settori, è positivo l’Abbigliamento (+2,4%), ma diminuiscono Abitazione (-6,9%), Cura Persona (-13,1%), Alimentari (-11,7%), Oggetti personali (-15,9%) ed Automobili (-16,2%).
La Radio da inizio anno cresce del +3,1%. L’Outdoor registra il -1,8% e il Cinema il -15,7%. Internet ha un incremento del +15,6%, ma il confronto mensile novembre 2008 su novembre 2007 è negativo (-4,2%).
Le Cartoline pubblicitarie raccolgono 6,1 milioni (-3,5%). Si aggiungono al mercato fin qui analizzato gli investimenti pubblicitari sui Quotidiani Free/Pay Press e sulle Tv satellitari. Per City, Leggo, Metro, 24 Minuti ed EPolis il fatturato complessivo è di 128,6 milioni. Per i canali Sky Sport 1, Sky Cinema 1, Sky Cinema 3, Sky Tg 24, Fox, Fox Life, Fox Crime e National Geographic è di circa 81,9 milioni.
Dati The Nielsen Company
lunedì 2 febbraio 2009
SFIDA ALLA RECESSIONE

Come in ogni momento di crisi, l'incubo della fuga degli investimenti agita le giornate dei responsabili media e delle imprese di comunicazione. Le previsioni al ribasso formulate dalle principali strutture sul mercato e dagli istituti di ricerca non lasciano spazio a un grande ottimismo: il 2009 sarà un anno duro per tutti.
Cogliere il cambiamento
Un'azienda in salute, con un bilancio sano, può sfruttare proprio questi momenti di difficoltà del mercato per mettere la quarta nei confronti dei competitor, approfittando anche di eventuali maggiori sconti sui mezzi.
«I momenti di crisi coincidono con nuove scelte di consumo - ha spiegato Attilio Redivo, a.d. di Mediacom, durante l'incontro organizzato dall'Iaa sul tema “Comunicare in tempi di crisi” - che rappresentano opportunità di mercato, suggerendo modifiche ai modelli consolidati di comportamento e alla fedeltà di marca. I consumatori, maldisposti a un ridimensionamento del proprio stile di vita, sono tentati a orientarsi verso comportamenti mirati all'ottimizzazione del portafoglio. Se dunque la crisi rappresenta un grande momento di incertezza, allo stesso tempo è anche un terreno ricco di opportunità per chi le sa cogliere. Il valore del brand è sempre più riconosciuto come un elemento di stabilità. D'altra parte, il ruolo del brand come creatore di valore può modificarsi significativamente durante una recessione. Il marketing deve saper cogliere i bisogni e fornire le risposte ottimali. Il che, durante le recessioni, vuol dire combinare elementi razionali ed emozionali secondo modalità inedite».
Giocare d'attacco e investire in pubblicità in fase di recessione conta su diverse case history di successo, come quelle di Renault Clio o di Haagen-Dazs, che durante la crisi in Uk del '91-'92 è cresciuta del 400%. « Ugualmente importante, ha continuato Redivo, è investire in ricerca, per conoscere l'orientamento delle persone, e misurare i risultati ottenuti. Questi due elementi portano le aziende a prendere delle decisioni consapevoli in un momento in cui le persone sono alla ricerca spasmodica di conferme o nuove l'assicurazioni ».
Secondo Redivo, in tempi di crisi i vantaggi a investire sono riscontrabili anche in termini di effetti cognitivi, affettivi e conativi della comunicazione. II minor affollamento garantisce, ad esempio, una maggiore efficacia ed efficienza degli investimenti. Sul piano comportamentale, investire in tempi di recessione può significare difesa della marginalità, grazie a un minor peso delle vendite in promozione, una maggiore fedeltà di acquisto, e sinergie più forti con la distribuzione. A sottovalutare le potenzialità degli investimenti anticiclici sono, secondo Remo Luchi, a.d. di Gfk – Eurisko, anch’egli relatore all’incontro dell’Iaa, tutte quelle aziende che hanno sostituito il loro spirito imprenditoriale con quello finanziario. Il ricercatore ha puntato il dito contro una classe di manager ossessionata dai numeri, che preferisce muoversi con azioni sul breve periodo, disinteressandosi di quelle più strategiche e sane per il futuro.
Oceani rossi e blu
«Questa filosofia d'impresa solo tattica - ha detto Lucchi - allontana le aziende dalla navigazione negli “oceani blu”, così chiamati perché consentono ai marchi di navigare in tranquillità. Strategie a breve termine conducono invece all'“oceano rosso”, un mondo competitivo guidato solo dalla lotta sul prezzo. Questa logica industriale, condizionata da report trimestrali se non mensili, innesca una serie di “ridimensionamenti” per poter abbattere i costi, che si ripercuotono sui portafogli delle aziende dell'indotto, che rappresentano le grande maggioranza in Italia, e in quelle dei lavoratori che rallentano i consumi». Un problema culturale che colpisce in modo particolare l'Italia, Paese lontano dai centri decisionali dei grandi spender pubblicitari, ma che, grazie al patrimonio di piccole e medie imprese, potrebbe riscattarsi riscoprendo lo spirito imprenditoriale di una volta.
Fonte: Pubblico
FARE CULTURA CON LE PR. MISSIONE POSSIBILE!

Le pubbliche relazioni hanno un ruolo fondamentale nell’immagine del territorio e nella sua politica di sviluppo e il loro impiego a servizio del marketing territoriale è sempre più attuale e ricorrente.
L’applicazione delle regole di marketing ai contesti ambientali ed economici che ci circondano spinge un numero crescente di aziende e operatori a ragionare in un’ottica di analisi dell’offerta del territorio, osservandola dai diversi punti di vista o potenzialità per stabilire un piano per migliorarla, affinarla, portarla a conoscenza di tutti. Soprattutto perché il processo di globalizzazione e l’ingresso sulla scena economica e commerciale mondiale di nuove aree geo-economiche ha aumentato la competizione tra i territori.
L’approccio a un progetto di valorizzazione di territorio, dal punto di vista strategico, non è diverso da ogni altro piano di marketing. Quel che cambia è il prodotto: il territorio è un’impresa su cui investire, un vero e proprio soggetto economico che opera in un ambiente altamente competitivo. Spiega Linda Bulgheroni, Managing Director di Weber Shandwick: “I passi da compiere non si discostano molto da qualsiasi pianificazione di marketing, seppur in presenza di una maggiore complessità: l’individuazione delle unicità della geografia che verrà offerta ai potenziali visitatori, che non può prescindere da un’analisi degli insight sui bisogni dei visitatori (attuali e potenziali) e dal posizionamento delle destinazioni competitor; l’individuazione delle miglior politiche di prezzo, dai costi delle strutture ricettive ai ticket di ingresso delle attrazioni…; la definizione del rapporto del luogo con i potenziali mercati di riferimento e le politiche di promozione e comunicazione.
"Come in ogni piano di marketing, fondamentale è poi procedere al monitoraggio e alla revisione degli obiettivi di sviluppo individuati". Precisa Marco Pavarini, Direttore Generale di Binario Comunicazione: “Essere dentro al territorio è la prima condizione da soddisfare per portare avanti un progetto di marketing territoriale efficace; ciò significa anche mantenere un contatto di relazione stretta con le istituzioni e con gli attori che per primi sono attivi sul territorio creando flussi comunicativi. Solo in questo modo è possibile identificare ogni opportunità economica, culturale, sociale per mettere in evidenza la propria identità. È altrettanto necessario saper leggere il territorio attraverso i suoi abitanti, capirne gli aspetti socio-culturali. A questo deve seguire una costante e aggiornata conoscenza delle peculiarità espresse da un’area geografica, sia reali sia percepite dai target di riferimento”.
Il ruolo della comunicazione nella promozione del territorio
In questo scenario, la comunicazione è uno degli strumenti strategici per incrementare il valore del territorio, comunicarne le ricchezze, trasmettere le vocazioni e le opportunità imprenditoriali dello stesso. Identificare il vantaggio competitivo di un territorio e imparare a renderlo comunicabile è un processo necessario per valorizzare e rendere cumulabili le risorse dei luoghi. La comunicazione deve quindi informare in modo accessibile a tutti e diffondere gli obiettivi, le finalità e gli sviluppi del piano di marketing territoriale per creare una condivisione delle nuove visioni, individuando varie metodologie di comunicazione - istituzionale, mirata, di massa - in relazione ai soggetti e ai contenuti. Nella promozione di un territorio, per far suscitare interesse si creano spesso dei “contenitori tematici” in cui vengono inseriti dei contenuti e degli strumenti mirati a coinvolgere soggetti con passioni ed interessi comuni.
Marco Pavarini spiega: “La richiesta di consulenze e progetti di marketing territoriale si sviluppa con costanza; lo vediamo dalla sempre crescente attenzione per il territorio e il fiorire di molti progetti in cui l’attore principale è il patrimonio e l’ambiente. Pensiamo solamente al mondo che si è creato intorno all’espressione slow food, all’attenzione che i media dedicano alla scoperta di piccole e uniche eccellenze territoriali. L’arte, l’enogastronomia certificata, le peculiarità ambientali diventano un marchio di riconoscimento indelebile per borghi e paesi, regioni e città. Tutto questo è marketing territoriale, nato in modo inconsapevole alle sue origini, oggi sempre più presente nella politica di gestione del patrimonio italiano.
In Emilia-Romagna le istituzioni sin da subito ne hanno colto l’importanza investendo nei processi di valorizzazione delle proprie ricchezze. Si è da tempo sviluppato tra le aziende e le istituzioni un approccio attento al territorio di riferimento visto non solo come parte del bacino di utenza ma vero e proprio attore ed interlocutore nei processi gestionali. Binario ha fatto della competenza in questo ambito il suo elemento di forza: "stiamo lavorando da anni con le aziende e con le istituzioni del territorio emiliano nell’individuazione di strategie di comunicazione volte alla valorizzazione di progetti territoriali, alla creazione di sistemi relazionali forti tra gli stakeholders. Aver operato qui, in un territorio con la vocazione all’eccellenza conosciuto nel mondo per le sue ricchezze eno-gastronomiche e culturali, per noi è stato un laboratorio di sperimentazione unico che ci ha permesso di accrescere il nostro know how replicabile in altre aree a livello nazionale".
Fonte:Advertiser
IL PRODUCT PLACEMENT FUNZIONA ANCORA? C'È CHI DICE DI NO

Il Product Placement è da anni uno strumento importante per la promozione di marche e prodotti, attraverso l'inserimento dei "simboli"appropriati all'interno di fim o serial TV.
Ha raggiunto apici di importanza tali che alcune grandi marche avevano (o hanno ancora?) un ufficio permanente ad Hollywood, con l'esclusivo compito di negoziare accordi con le major per l'inclusione dei propri prodotti nelle più importanti produzioni.
In tempi di vacche magre e di advertising classico nel mirino, il placement si ritrova sotto i riflettori, nella speranza sia un modo per aggirare la disattenzione, il disinteresse o semplicemente il fatto che l'adv spesso non raggiunge nemmeno più il target.
In questo scenario potenzialmente favorevole al placement è entrato a gamba tesa Martin Lindstrom, noto esperto di branding e comunicazione (una vera star, nel suo piccolo) che nel suo recente libro "Buyology"riporta i risultati di esperimenti sull'efficacia del placement sui neuroni della gente (vedi alla voce neuromarketing).
Attaccando (in estrema sintesi) dei volontari ad un elettroencefalografo è stato dimostrato (su un campione di 2000 casi) che il placement non funziona (più) nella maggior parte dei casi, non portando ad un aumento del ricordo della marca (resta poi davero da vedere se a livello ultra sub-conscio/sotterraneo un qualche effetto subliminale ci posa essere anche in assenza di ricordo, ma appare una teoria un tantinello improbabile).
L'eccezione sarebbe rappresentata da quei casi in cui la marca è funzionale alla storia, è fortemente integrata nel plot narrativo... quello che si chiama product integration - dove marca o prodotto non sono una presenza più o meno casuale, ma sono un componente di fondo della storia (pensate ad es. se gli amici di "Friends"si fossero ritrovati in uno Starbucks invece che al "Central Perk"....).
Fonte: Mymarketing
INTERNET E GIOVANI: COME SONO I COMPORTAMENTI, LE SCELTE E I CONSUMI DI COLORO CHE SONO NATI CON LA TECNOLOGIA E LA RETE WEB?

«Laddove i miei genitori un tempo lamentavano soltanto di doversi destreggiare tra massicce quantità di email, oggi abbiamo raggiunto lo stesso eccesso nei messaggi scambiati su Facebook, Twitter, Pownce, LinkedIn eccetera eccetera. Quali sono le implicazioni del miscuglio continuo tra socializzazione e lavoro? E come porsi di fronte a tutto ciò?».
«Ho davvero bisogno di controllare la email in autobus? Devo esserne inseguita finanche nella mensa universitaria? O in palestra? La natura pressoché infinita di Internet ha creato un sovraccarico d'informazione e la proliferazione dei siti disocial networking sta portando a un analogo overload».
Queste un paio di battute, in cui molti di noi si riconosceranno, riprese da Born Digital: Understanding the First Generation of Digital Natives, libro di recente uscita negli Stati Uniti. Il progetto prevede anzi utili appendici online dove discutere e ampliare continuamente le tematiche ivi affrontate.
Un testo che va a completare il trittico di pubblicazioni rilasciate nel 2008 per il decennale del Berkman Center for Internet & Society (Harvard University), a compimento di altrettanti studi cruciali per comprendere e partecipare al meglio i molteplici aspetti di un pianeta digitale in costante mutamento. Gli altri due volumi sono Access Denied: The Practice and Policy of Global Internet Filtering e The Future of the Internet. And How to Stop It.
L'indagine, la prima di respiro internazionale, dal di dentro e trasversale, è curata da John Palfrey e Urs Gasser, rispettivamente direttore esecutivo e docente associato del Berkman Center. I quali hanno intervistato, in situazioni formali e meno formali, centinaia di giovani di ogni parte del mondo sulle tecnologie maggiormente utilizzate, sul modo di esprimere la propria identità online, su come vedono la privacy e la sicurezza personale, su molteplici dettagli delle loro esperienze digitali quotidiane.
Oltre ad aver seguito svariati siti e blog, parlato con esperti e addetti ai lavori, riesaminato la letteratura precedente e scambiato centinaia di email con un ampio giro di collaboratori. Punto cruciale del lavoro, chiarisce l'introduzione, è «porre nella giusta prospettiva elementi positivi e negativi del quadro generale, offrire interpretazioni contestualizzate, suggerendo al contempo quel che ciascuno di noi (genitori, insegnanti, dirigenti, legislatori) può fare per contribuire a questa straordinaria transizione verso una società connessa a livello globale, anziché bloccarne lo sviluppo».
Già perché, nonostante l’ampia penetrazione della Rete, restano diffuse e tutt'altro che striscianti le manovre tese a imporre il bavaglio o rendere difficile la vita ai netizen – dall'Italia (dove vigono tuttora i decreti Urbani e Pisanu, e prosegue la discussione del disegno di legge Levi-Prodi) alle palesi censure, galera inclusa, per vari blogger in Egitto, Cina e altri Paesi.
Abbiamo così un osservatorio necessario e privilegiato sulla prima generazione di nativi digitali: ragazzi nati sul finire del decennio 1980-1990, cioè negli anni in cui acquistarono ampia visibilità (quantomeno negli Stati Uniti) Usenet, le Bbs e soprattutto la email, seguite dal debutto del World Wide Web nel 1991 e non molto tempo dopo dall'arrivo dei primi blog.
Una sostanziosa fetta di “popolazione” digitale – non “generazione”, come spesso viene definita a torto, visto che complessivamente appena un miliardo di persone ha accesso alle tecnologie digitali, sugli oltre sei miliardi che popolano il pianeta Terra, altro elemento importante questo per dare giusto contesto all'intero scenario. Si tratta cioé di giovani cresciuti fin dalla nascita con e dentro gli ambienti virtuali, e che da poco sono diventati maggiorenni.
Ne consegue, ci ricordano gli autori, che presto il mondo intorno a loro, soprattutto quello occidentale, «sarà costruito in base alla loro immagine: l'economia, la politica, la cultura e perfino la struttura della vita famigliare ne verranno trasformate per sempre».
Per un riscontro d'attualità, non è un mistero come la stessa elezione di Barack Obama sia dovuta in parte all'accorto impiego di tali tecnologie, coinvolgendo così come non mai (tanto rispetto all’attivismo online quanto per l’affluenza alle urne) proprio quelle masse giovanili che ne sono target e utenza preferiti.
Senza dimenticare l’estrema utilità del servizio attivato all’uopo da Twitter, con rapide battute diffuse senza soluzione di continuità da migliaia di individui di ogni parte del mondo. Oppure i rilanci del tantissimi volontari che danno vita al circuito di Global Voices Online e che nella recente Election Night statunitense hanno prodotto una stimolante chat senza frontiere, fornendo altresì panoramiche più ragionate sulle opinioni dei netizen del mondo riguardo le stesse elezioni.
Citando più volte le potenzialità del giornalismo partecipativo di Global Voices, Born Digital dedica poi un intero capitolo all'attivismo politico, dal ricorso diffuso ai cellulari per organizzare la protesta nelle turbolenze post-elettorali della scorsa primavera in Kenia alla rivoluzione arancione in Ukraina del 2004-2005.
Per poi analizzare più a fondo, ovviamente, i recenti trend statunitensi mirati a stimolare la partecipazione civica grazie agli strumenti del Web 2.0, partendo dall'era post 11 settembre e fino alle ultime due tornate presidenziali, ribadendo i primi successi della raccolta-fondi e della mobilitazione online della campagna Obama.
E mentre è di norma aderire ai “recinti dorati” delle reti sociali, preoccupandosi ben poco della privacy, un numero crescente di nativi digitali non esita poi a ricorrere ad applicazioni ad hoc quali Taking-ITGlobal, Youth Noise, Zaaz, esterne ma ben innestatate sul popolare Facebook, ad esempio. Cercando di stare attenti a non prendere il dito per la luna che indica, confondendo mezzi e fini.
Fra i vari gruppi di studio illustrati (creativi, pirati, innovatori ecc.), il capitolo “learners” analizza le trasformazioni dell’ultimo decennio nell’ambito dell’apprendimento inteso nel senso più ampio. Partendo con lo sfatare una serie di luoghi comuni: «Notando che i nativi digitali non leggono giornali e riviste, ma assorbono le notizie per l’intera giornata navigando tra vari siti web, molte persone meno giovani ritengono che la loro compresione dei fatti sia superficiale e limitata ai titoloni.
Impressione sbagliata, perché sottovalutano la prodondità della conoscenza che i nativi digitali apprendono dal web e l’interazione costruttiva con l’informazione». Importante anche il suggerimento, per le aule scolastiche di ogni ordine e grado, di impiegare non maggior tecnologia bensì di usarla in maniera più efficace e mirata.
E così come la televisione non ha stravolto la didattica, lo stesso dicasi per Internet. Purché la si usi come strumento per «collegare sempre meglio la scuola del futuro al mondo esterno, per fare in modo che gli studenti continuino a imparare dentro e fuori dell’aula».
Genitori e insegnanti sono sulla linea del fronte, insomma, hanno le maggiori responsabilità e svolgono un ruolo cruciale, insistono Gasser e Palfrey, ma fin troppo spesso non sono per nulla coinvolti nelle decisioni dei giovani. Ergo, è imperativo continuare le sperimentazioni – come accade per fortuna anche in Italia.
Posizioni forse scontate? In parte, almeno per quanti seguono regolarmente queste pagine web. Ma va ricordato che il libro vuole porsi primariamente come guida pratica e intelligente al mondo nuovo del digitale e alla sua complessa popolazione, dove trovano spazio anche i colonizzatori più anziani di primo pelo e le continue frotte di immigrati.
Puntando a trovare un equilibrio continuo fra la corsa al gadget o al social network dell’ultima moda e la necessità per ciascuno di noi - legislatori ed educatori, genitori e professionisti – di comprendere il digitale odierno per dar forma al suo futuro. È anzi questo gap partecipativo che gli autori individuano come rischio più cogente e pericoloso: col passare del tempo, il prezzo dell'inazione partecipativa sarà ben maggiore di quanto possiamo immaginare o sostenere come società.
Fonte: Business on line
Facebook: famiglia d'adozione per 4 milioni di Italiani

Oltre 4 milioni di italiani usano Facebook: all'inizio dell'anno erano 100mila, prima dell'estate poco più di mezzo milione, in settembre erano raddoppiati e in altri due mesi sono raddoppiati di nuovo.
Una moda? Un segnale profondo? Un cambiamento radicale? Di certo, è un fenomeno che impone una riflessione: perché sta urlando qualcosa, ma non è facile distinguere quello che dice. E questo libro è anche un tentativo di capirlo.
Facebook è certamente una moda, ma diversa dalle altre. Un'analisi della relazione tra la crescita degli abbonati italiani a Facebook e gli articoli dedicati a questo social network dai media tradizionali, pubblicata su Nòva il 27 novembre 2008, dimostra che gli italiani sono andati su Facebook indipendentemente dai canali che di solito alimentano le mode. Ci sono andati per passaparola. Il boom di Facebook è un fenomeno che appartiene alle persone che lo stanno vivendo.
Che cosa ci dicono? Evidentemente, milioni di persone trovano in Facebook una risposta a un bisogno. Quale? La risposta è nella stessa struttura di Facebook, definita dalla sua parola chiave: "amici". Il bisogno è proprio quello di recuperare relazioni personali o almeno simulazioni di amicizia. È il bisogno cui rispondono in modo diverso i social network, da Twitter a MySpace, i siti di condivisione da Flickr a YouTube, i media sociali, dai blog a Wikipedia. Nell'insieme, non sono tanti piccoli media ma un unico grande medium fatto di persone che si esprimono e si connettono. Un medium a rete, diverso dai media gerarchici nei quali i produttori di contenuti sono da una parte e i fruitori dall'altra: qui, invece, i fruitori e i produttori sono dalla stessa parte, sono un grande pubblico attivo. La partecipazione a una rete di persone può rivelarsi molto gratificante, come dimostrano le ricerche degli "economisti della felicità", da Richard Easterlin al premio Nobel Daniel Kahneman. E, sebbene l'"amicizia su Facebook"sia un concetto ben diverso da quello di "amicizia" tout court, riesce almeno ad alludere a quel genere di gratificazione.
Sulla base della metafora dell'"amicizia su Facebook", il servizio creato da Mark Zuckerberg è riuscito a convincere più di altri, superando MySpace, riassorbendo innovazioni sviluppate da altri - video, foto, chat, posta, status update, condivisione di link - e sviluppando una piattaforma che offre spazio ai programmatori di applicazioni divertenti e utili, dalla segnalazione di eventi agli strumenti di aggregazione sociale, dai giochi ai test, dalla pubblicità all'e-commerce.
Il successo, in questi casi, è figlio del successo. L'effetto-rete è la dinamica per cui quando molte persone usano uno strumento per connettersi, altre sono invogliate ad adottarlo. E Facebook sta volando sulle ali dell'effetto rete. È un cambio radicale nell'uso di internet?
La storia di internet è stata anche un'evoluzione delle piattaforme per l'espressione e la connessione delle persone. Dall'epoca della pubblicazione di pagine in linguaggio html al tempo dei blog, la progressiva semplificazione delle attività necessarie alla pubblicazione ha moltiplicato gli utenti attivi. E quella quantità ha avuto effetti qualitativi importanti sul sistema dei media. Con Facebook, il pubblico attivo fa un altro salto quantitativo e, dunque, qualitativo.
È improbabile che questo sia il punto di arrivo. È invece probabile che, anche grazie a Facebook, si assista a un'integrazione più intelligente tra le diverse dimensioni mediatiche. Se Facebook accelera la crescita del pubblico attivo alimentandosi delle relazioni tra le persone, non è forte nella costruzione di un'agenda interpretativa. Che continua ad arrivare piuttosto da altri media, come tv, libri e giornali, che infatti chi usa Facebook spesso cita e riprende. Ma i media tradizionali non possono più far finta che la rete non esista.
La rete è ecosistema dell'informazione. Vive di infodiversità. E tra le molte specie che la popolano quelle che vivono meglio sono in simbiosi con le altre. Lo stesso successo di Facebook, una piattaforma di proprietà di un'azienda, potrebbe andare in crisi adottando una strategia di conquista aggressiva. Chi voglia prosperare nel contesto della rete dovrà invece concentrarsi soprattutto su una questione: come mettersi al servizio dell'insieme.
Fonte: Il sole 24ore.com