
Ha per simbolo un uccellino, vuol dire "cinguettio": è un social network di sms, mail e messaggi. Dal 2006 ha messo insieme sei milioni di utenti.
Piace a Barack Obama, e a Britney Spears. Il presidente ci ha fatto campagna elettorale, lei l'ha usato per parlare di frullati e paparazzi. Entrambi sono stati ugualmente brevi: centoquaranta caratteri non uno di più. I loro messaggi sono passati sulla piattaforma di microblogging Twitter, dove tutto ruota attorno alla domanda: "Che stai facendo adesso?". Si risponde con sms, messaggeria istantanea, e-mail, feed RSS. Subito, sull'onda. "Utente cucina strepitosa torta di mele". Sei milioni di utenti registrati dal 2006 quando è nato. Facebook ha cercato di comprarlo, ora è Google che si fa avanti. Perché tanto interesse?
Mentre uno chef entusiasta del New Jersey infornava il suo dolce, dall'altro capo del mondo "utente in hotel Mumbai è sotto attacco terroristi". Ottanta messaggi ogni cinque secondisono partiti da testimoni dell'attentato nell'albergo indiano nel novembre scorso. Cronaca per istantanee, flash di informazioni, socialità e business, amicizia e politica. Durante il discorso di insediamento di Obama, con perfetto contrappasso mediatico, una ventina di senatori e oltre 60 deputati hanno digitato per fare i loro (non sempre elogiativi) commenti.
Ecco, in poche parole Twitter è molto. Un po' Facebook, ma più leggero e immediato. Spartano nella grafica come Google, ma adesso: non archivia notizie, le dà subito. È social network, mette in contatto. Ma anche microgiornalismo, haiku di articoli che possono persino cambiare il corso degli eventi. Come appunto a Mumbai, o a New York: "utente su aereo vittima di bird strike atterra sull'Hudson". 140 battute di testo per segnalare prima di chiunque altro l'inusitato ammaraggio.
Brevi cinguettìi nel coro informatico: questo significa twitter che ha come logo un uccellino. Versi di informazioni sul qui e ora nell'esatto qui e ora di tutti i "followers", gli interlocutori che ognuno può accettare di ascoltare (ma è possibile anche dialogare con tutti, senza restrizioni, un'eco pazzesca). Registrazione gratuita, poco altro da imparare per entrare nel concerto. Si pubblicano i twitt, frasi minimali(ste) su cosa si sta facendo in quell'esatto momento. Chi ha scelto di seguire legge, e risponde, e riceve, e rimanda in un'interminabile sequenza frazionata del tempo. Tutte le schegge di testo vengono pubblicate sulla Pubblic Timeline, dove ci sono i cinguettìi provenienti da ovunque, all'unisono.
Lo scopo. La socialità, la tracciabilità, l'iperconnessione. Il mezzo più breve per il flusso di coscienza internettiano, la geografia delle emozioni proprio in quell'unico transitorio istante che non tornerà più, la manìa del tempo reale. Chi twitta vuole iconizzare il proprio status, la propria attualità sincronica, anche quando informa su propri gusti e disponibilità economiche: "Utente compra scarpe da mille euro". Dal settembre 2007 a quello successivo Twitter è diventato il social network che ha registrato il più alto incremento di utenti (+600%) e di visitatori unici (+343%). È molto indietro rispetto ai big del genere, ma a febbraio Compete.com, misuratore di accessi web, nella sua classifica l'ha piazzato per terzo: davanti ha solo MySpace e al primo posto Facebook, il più popolare di tutti (ieri di nuovo attaccato da hacker, la quinta volta in una settimana).
A novembre FB ha provato a comprare Twitter per 500 milioni di dollari, ma l'Obvious Corp, la società di San Francisco che fa capo ai tre 30enni californiani (Jack Dorsey, Evan Williams, Biz Stone) che l'hanno creato, hanno detto no grazie: "Vogliamo mantenere la nostra indipendenza". Pare che in realtà il rifiuto sia stato dovuto alle modalità di pagamento: stock options FB, troppo volatili anche per i tre che hanno inventato lo svolazzante cinguettìo. Ma le trattative vanno avanti, e adesso anche rumors sull'interesse all'acquisto di Google. La disarmante facilità è una sua dote, e anche quell'intimità digitale che consente. Ma pure lo "stato d'ansia", altro significato di twitter, è interessante. Compulsivo desiderio della diretta, per dire i frammenti della vita in onda.
Fonte: La Repubblica
giovedì 26 marzo 2009
Twitter, l'anti-Facebook che piace tanto a Google
Il futuro della comunicazione? Integrata!

E’ fuori di dubbio. E’ altissima l’attenzione che le aziende della moda dedicano oggi alla comunicazione, al punto da surclassare, talvolta, la dedizione al prodotto. Estremizzando il concetto, tra un ottimo prodotto mal comunicato e un prodotto mediocre comunicato con grande enfasi mediatica, è certo che il secondo è vincente.
Grandi risorse ed energie vengono dunque incanalate per creare quell’ inquantificabile plus che sta intorno all’azienda ed alla sua offerta. Rincorrendo strategie diverse, sottili, osmotiche. Così, se prima era la pagina pubblicitaria sulla carta stampata il veicolo più gettonato per far conoscere un vestito o un accessorio, ora se ne sono aggiunti molti altri a contenderne il primato. E nessuno sostituisce i precedenti, anzi si aggiunge per una strategia di comunicazione che si fa sempre più complessa. Dal web a iniziative mirate con testate specialistiche, dall’organizzazione di eventi ai progetti di co-marketing, dalla presenza itinerante nei luoghi strategici per i target, all’ausilio delle community interattive.
Abbiamo voluto approfondire l’argomento intervistando – con 8 domande - alcuni autorevoli esponenti del mondo della comunicazione e della pubblicità. Ne è emerso un panorama complesso e con grandi potenzialità di evoluzione. Abbiamo chiesto l’opinione di esperti di agenzie di comunicazione: Tullio Marcati (Studio Marcati), Isabella Errani (Studio Errani), Lorenza Bassetti (Ad Mirabilia) e Andrea D’Amico (Attila&co); di centri media: Mariangela Bonatto di Carat Luxury e Laura Sibi di Mindshare e di aziende del settore: Luisa Bertoncello, AD di Flash & Partners e a Federica Fusco, responsabile marketing di FGF Industry.
Web versus Carta stampata
Bassetti: Le due realtà non sono in contrapposizione: la comunicazione cartacea delle aziende sempre più spesso rimanda ad un contatto sul web; interessanti a tal proposito gli esperimenti già realizzati, soprattutto negli Stati Uniti, di fornire delle chiavette per leggere codici a barre sulle pagine delle riviste e traghettare il lettore direttamente su un sito specifico.
La soluzione forse non ha avuto un grande sviluppo, ma testimonia comunque l’esigenza delle aziende di utilizzare i media classici per creare traffico sul web, dove è possibile creare una comunicazione aziendale o di prodotto più completa e interattiva.
Bertoncello: Oggi sul sito di un brand vengono fatti investimenti elevati. Il sito, se ben costruito e interattivo, permette di catturare utenti e di fidelizzarli: la comunicazione sul brand oggi è a 360°. L’investimento in pianificazione su siti editoriali è proficuo nel momento in cui si crea un vero legame tra questi e il sito del brand (banner con link di accesso, iniziative, concorsi, ecc).
Bonatto: La pubblicità sulle riviste cartacee è ora sempre più spesso finalizzata ad un impatto grafico forte, quasi tattile, con soluzione sofisticate, come ad esempio il groupage con inserti di pesante carta dorata. Gli investimenti delle aziende della moda sul web stanno invece aumentando, anche in canali diversi (vedi per esempio il profumo Get Together di Giorgio Armani lanciato su MSN Messenger lo scorso giugno), ma sono ancora lontani dalla possibilità di offuscare la carta stampata.
D’Amico: La pagina pubblicitaria tabellare sulla carta equivale ad un annuncio pubblicitario su internet; nel primo caso si cerca di acquisire posizioni di pregio all’interno di un periodico, mentre il web non ha limitazioni di spazi ed è bilaterale, consente cioè un dialogo tra marca e utente. Sono quindi veicoli sinergici.
Testate consumer versus testate business
Bassetti: Le riviste rivolte al trade sempre più spesso passano dalla raccolta di inserzioni pubblicitarie a progetti di marketing e co-marketing mirati alla distribuzione, come ad esempio l’organizzazione di incontri, la pubblicazione di monografie, la sponsorizzazione di eventi… possono quindi costituire un partner privilegiato per le aziende al fine di una più efficace comunicazione”.
Bertoncello: L’importanza delle testate consumer è scontata, ma le testate specializzate, soprattutto quelle rivolte al trade, sono da considerarsi sempre più importanti perché consentono di informare i buyer sui nuovi marchi da inserire in negozio.
Bonatto: Molto dipende dalla tipologia di prodotto e dal periodo dell’anno: è fuor di dubbio che se si vuole pubblicizzare un profumo, magari in periodo natalizio, si mira alla stampa generalista. La stampa business è un buon veicolo quando l’obiettivo è l’ampliamento distributivo di un brand.
Errani: A mio avviso l’unica discriminante è costituita dalla qualità della testata. Certo i generalisti hanno il vantaggio di creare comunque contatti con un numero molto più elevato di lettori.
Marcati: Diciamo che nel caso di testate italiane rivolte al trade, conosciute per la loro valenza e autorevolezza, i direttori esercitano un’influenza preponderante nelle decisioni dei clienti di usare tali mezzi, spesso per i rapporti personali che si creano.
Sibi: La scelta del tipo di testata è estremamente soggettiva, è difficile generalizzare. In ogni caso la complementarietà tra i due diversi canali è sempre più importante per l’efficacia della comunicazione.
Carta stampata: settimanali, mensili o quotidiani e i free-magazine?
Bassetti: Ogni tipo di magazine può risultare efficace: in certi casi è più rilevante la readership, in altri l’alta frequenza di uscite o, per contro, la lunga vita di un numero; ciò che conta sempre di più oggi è evitare l’effetto marmellata: un eccesso di foliazione di pagine pubblicitarie ne riduce infatti l’impatto. I free-magazine hanno un valore nella misura in cui interessano il pubblico. La loro quota di mercato è destinata ad aumentare, anche se forse il fatto che si tratti di riviste gratuite ne può abbreviare la vita rendendole più ‘usa e getta’ di altre….
Bertoncello: Settimanali e mensili rappresentano per noi una percentuale importante d’investimento, abbiamo invece utilizzato i quotidiani per il lancio di campagne d’impatto o nuovi progetti e sicuramente prevediamo di aumentare gli investimenti su questo tipo di media. Interessante e significativa l’evoluzione dei free-magazine. Ci investiremo di più, purchè siano in sintonia con l’immagine del marchio.
Marcati: A prescindere dalla tipologia – anche se oggi c’è un surplus - sottolineo il fatto dell’importanza della veridicità dei dati sulla diffusione.
Gli eventi mediatici?
Fusco: Perché un evento mediatico venga ricordato deve coinvolgere il più possibile gente della moda, dello spettacolo, della politica ed eventualmente dello sport, perché oggi i diversi settori “da cui provengono i personaggi pubblici” sono sempre più osmotici.
Errani: Credo che oggi un evento sia di successo solo quando è veramente coerente con il marchio. Il suo ricordo deve evocare immediatamente il mondo di riferimento del brand.
D’Amico: L’esperiential marketing è una strategia imprescindibile per gestire bene eventi, per realizzare operazioni che lascino un’impressione chiara e vivida della personalità del marchio, con un approccio emozionale, sensoriale, di forte coinvolgimento.
Marcati: L’evento mediatico ha senso se fatto alla grande, cioè potendo disporre di budget adeguati, ed in maniera creativa, altrimenti è meglio non farlo.
La pubblicità televisiva?
Bassetti: A volte la frequenza di passaggio tambureggiante degli spot risulta piuttosto irritante, inficiando l’efficacia del messaggio; è quindi necessaria una gran ricerca creativa per conquistare interesse e destare simpatia per il prodotto o la marca, un lusso che lo spettatore gradisce e premia.
Errani: E’ vero che la moda usa poco la TV, ma io credo che una TV più di qualità farebbe avvicinare molti brand del fashion alla pubblicità televisiva.
Fusco: La televisione è indubbiamente il mezzo che ti permette di arrivare prima di tutti gli altri direttamente al consumatore finale, ovviamente il cospicuo investimento che comporta ne costituisce un deterrente.
Marcati: Certo che la pubblicità televisiva è un mezzo molto importante, che raggiunge ogni target di persone e di età; si fa ricordare però solo se gli spot riescono a sintetizzare una storia, e in questo la colonna sonora ha un ruolo di rilievo.
Sibi: Il mezzo televisivo non viene generalmente utilizzato dal mondo fashion/luxury ad eccezione di profumi, cosmesi o gioielli in determinati periodi dell’anno, come Natale o S.Valentino. Non escludo che in un prossimo futuro le TV satellitari, con attività che vanno al di là dei 30” dello spot, possano diventare un mezzo di comunicazione ampiamente utilizzato anche dalle grandi firme.
Co-marketing e co-branding
Bertoncello: Ritengo siano operazioni dalle potenzialità interessanti e profittevoli; certo è necessario trovare il partner che sia in sintonia con il DNA del brand, al fine di costruire un progetto efficace.
D’Amico: Le iniziative di co-marketing e di co-branding, se ben condotte, possono portare innovazione in un mercato che ha già sperimentato quasi tutto.
Fusco: Si tratta di strategie che per essere utili e proficue, devono esser mirate ed attentamente selezionate.
Marcati: Io penso che si tratti di mezzi di diffusione importanti, anche se ci sono ancora remore al loro utilizzo perché è diffuso il timore che uno dei due marchi venga cannibalizzato dall’altro.
Bassetti: Sono indubbiamente strumenti utili se l’obiettivo è di rinforzare il posizionamento di un brand nella mente del consumatore, per realizzare cioè il classico “dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”. Quando, al contrario, sono strumenti per fare della promozione ad un costo inferiore, i danni possono essere superiori ai vantaggi.
Marketing itinerante - guerrilla marketing
Bertoncello: Io penso che rappresentino il futuro delle strategie di marketing: se costruite in modo intelligente possono comunicare con un ottimo ritorno, anche con investimenti non considerevoli.
Bonatto: La comunicazione su territorio è generalmente legata a momenti particolari della vita del brand e risulta importante per creare un contatto con il consumatore. Anche se non necessariamente il singolo evento risulta memorabile, è importante che sia ben concatenato in un progetto di ampio respiro. In fondo è l’insieme di tante piccole azioni a generare una visibilità ampia.
Errani: Credo che il guerrilla marketing possa essere molto interessante per marchi di impronta street. Per altri generi può rappresentare un’opportunità emergente, a patto però di costruire situazioni che ben esaltino la qualità del marchio.
Comunità interattive
Bassetti: Credo che le communities interattive possano avere una valenza informativa di rilievo. E’ certo che stimolare un dibattito su prodotti di nicchia o su marchi dal vasto pubblico aspirazionale è più facile che per la maggior parte dei prodotti di largo consumo. Una marca di pasta, un dentifricio o un detersivo difficilmente possono diventare il collante per la creazione di una community appassionata. Si tratta di una sfida in più per le aziende, stimolante sul piano intellettuale e professionale.
Bonatto: Hanno una loro rilevanza soprattutto i business blog, le community gestite dalle aziende, che possono così sondare in tempo reale pareri positivi o negativi; è la parola che viaggia su una dimensione tecnologica, la visione individuale lascia spazio a messaggi collettivi che possono influenzare le strategie di un’azienda.
D’Amico: Le communities comprendono oggi 8 milioni di italiani, quanti gli abbonati Sky, e rappresentano dunque un mondo di riferimento da tenere in grande considerazione, vista anche l’attitudine all’interazione degli utenti presenti.
Errani: Sicuramente sono efficaci: Gant ha scelto come testimonial per l’ultima campagna Scott Schuman, il noto fashion blogger newyorkese, la cui creatura “The sartorialist” è ormai un fenomeno di costume trasversale. E’ questo un esempio di connubio riuscito tra moda e communities interattive.
Fusco: Dipende dal tipo di prodotto e dal target, ovviamente risultano più efficaci se focalizzate su prodotti fashion rivolti ad un pubblico giovane.
Fonte: Pambianco
I social network "oscurano" l' email

Due terzi degli utenti della rete sono membri di comunità online. Mentre la posta elettronica perde popolarità.
Che i social network più che essere un fenomeno stessero diventando «il fenomeno» della rete si era intuito ormai da tempo, tanto da far parlare gli esperti di «generazione Facebook» e teorizzare la nascita di un’altra identità per tutti coloro che comunicano e stringono amicizia utilizzando le pagine personali online. La rete di seconda generazione sta galoppando a una velocità impressionante e Facebook sta guidando la corsa che, inevitabilmente, va a scapito della vecchia mail, ormai considerata da molti superata e penalizzata dall’ingombrante fenomeno dello spamming.
I NUMERI DELL’UTENZA ONLINE - Le community dei social network hanno attratto nel 2008 globalmente il 67 per cento dei navigatori, contro al 61 per cento del 2007, con un incremento del 5,4 per cento in un solo anno. Lo rivela l'ultimo studio di Nielsen , che ha analizzato le abitudini online in nove Paesi, Italia compresa: nel corso dell’anno passato blog e social network hanno attirato un maggior numero di utenti rispetto alla mail e Facebook da solo viene visitato ogni mese da 3 persone ogni dieci utenti online.
I PAESI PIÙ IN CRESCITA - In Italia i social network hanno fatto un balzo del 9 per cento, con il doppio del tempo trascorso sui siti di seconda generazione rispetto al 2007. Il Paese che vanta invece la più alta penetrazione in assoluto è il Brasile, con l’80 per cento dell’utenza della rete che nel 2008 ha frequentato blog e siti come MySpace o Facebook e un minuto ogni quattro spesi online destinati alle applicazioni 2.0. Del resto la nazione sudamericana già nel 2007 vantava una percentuale altissima di visitatori di social network o blog (il 78 per cento).
Tra i Paesi in cui questo tipo di applicazioni web sono cresciute a ritmo più vertiginoso troviamo la Gran Bretagna, con il 69 per cento dei frequentatori della rete, un incremento rispetto al 2007 del 10,3 per cento e un minuto ogni sei trascorsi online destinato a siti del genere. Il tasso di crescita più alto è della Germania, con un balzo del 12,5 per cento in quanto a popolarità del social networking, nonostante in termini assoluti gli utenti tedeschi che si possono definire membri di comunità siano solo il 51 per cento dell’utenza del web. Il social networking sta diventando la quarta categoria più popolare online, preceduta dai motori di ricerca, i portali e i software e seguita dalla posta virtuale. Va segnalata infine l’importanza della telefonia mobile: in Inghilterra il 23 per cento degli abitanti approda a Facebook e simili direttamente dal cellulare.
Fonte: corriere della sera
Ma la pubblicità è una cosa seria

La pubblicità, si sa, è l'anima del commercio. Ma è anche l'anima dell'informazione, nel senso che rappresenta una risorsa fondamentale per tutti i media, vecchi e nuovi, di carta o elettronici. E se è vero che l´informazione a sua volta è l´anima della democrazia, perché alimenta la libertà d´opinione e il pluralismo delle idee, allora si può dire – senza che nessuno si scandalizzi più di tanto – che la pubblicità è in qualche modo anche l´anima della democrazia economica.
Dobbiamo esserne tutti consapevoli, produttori e destinatari dell´informazione, a cominciare proprio da noi giornalisti che invece abbiamo spesso la puzza sotto il naso nei confronti della pubblicità, quasi fosse un carico da sopportare, un ingombro, una zavorra. La verità è che i nostri giornali, come prodotto industriale a diffusione di massa, senza le pagine o le inserzioni pubblicitarie non si potrebbero stampare e comunque sarebbero brutti, meno ricchi e attraenti.
Ma devono saperlo anche i cittadini lettori e telespettatori, in un rapporto reciproco di trasparenza e correttezza, al di fuori di qualsiasi contaminazione che comprometterebbe altrimenti sia la credibilità dell´informazione sia l´efficacia della comunicazione pubblicitaria.
La pubblicità, insomma, è una cosa seria, troppo seria per lasciarla solo agli addetti ai lavori, ai convegni o ai dibattiti di categoria. Tanto più in un momento come questo, mentre la crisi globale minaccia l´economia internazionale, i consumi si riducono, la produzione cala e l´occupazione diminuisce. È confortante quindi che, proprio dal mondo pubblicitario, arrivi un segnale di fiducia come quello lanciato dagli "stati generali della comunicazione" che l´Upa (Utenti Pubblicità Associati) ha convocato nei giorni scorsi a Roma, per confrontarsi intorno al tema "Tutto cambia. Cambiamo tutto?".
Non è un caso che, insieme ai professionisti e ai tecnici del settore, vi abbiano partecipato i dirigenti di oltre 250 aziende italiane, in rappresentanza del 70-75% dell´investimento pubblicitario nazionale. A buon diritto, a conclusione dei lavori, il presidente dell´Upa Lorenzo Sassoli de Bianchi ha potuto rivendicare perciò l´impegno a "rimettere in moto le idee", coniugando innovazione, trasparenza e responsabilità. Se la pubblicità è il volano dell´economia, è proprio da qui dunque che può partire la ripresa.
La sfida è duplice: per i comunicatori pubblicitari, perché devono sapere che, quando la crisi finirà, nulla sarà più come prima; per gli operatori dell´informazione, perché nell´era di Internet devono rinnovare rapidamente i loro prodotti all´insegna della multimedialità. All´uscita dalla recessione mondiale, il modello di sviluppo economico-sociale non potrà più essere imperniato verosimilmente sull´iperconsumismo, sui vecchi cardini dell´opulenza e dello spreco; ma piuttosto sulla qualità della vita, sul consumo responsabile, sulla difesa dell´ambiente e della salute, sull´uso delle fonti alternative e sul risparmio energetico.
D´altra parte, ogni forma di comunicazione dovrà integrare i codici e i linguaggi dei vari mezzi, per offrire un´informazione interattiva, on demand (a richiesta) e sempre più mobile.
La pubblicità non è un tabù, avevamo scritto qui appena qualche settimana fa. E ora il summit dell´Upa dimostra che davvero il totem si può abbattere. Si tratta, piuttosto, di regolare i flussi pubblicitari nella logica di un mercato equilibrato e moderno, contro i "cartelli", le rendite di posizione o le posizioni dominanti, nell´interesse innanzitutto del cittadino consumatore. La buona informazione ha bisogno di buona pubblicità e una società democratica ha bisogno di entrambe.
Fonte: la Repubblica
lunedì 16 marzo 2009
Quelli che il mercato..Oh yeah!

Li si è visti a livello planetario. Liberisti di ferro, indefessi sostenitori della deregulation e della necessità di sciogliere “lacci e lacciuoli” correre a piatire l’intervento dello Stato e - soprattutto - delle sue (capaci?) tasche per parare gli effetti nefandi della crisi finanziaria. Istituti bancari o fabbriche di automobili, in Europa o negli Usa: cambia poco o nulla.
E li si è visti a livello “micro”: tutti a elogiare il valore e i benefici della concorrenza, purché riguardasse gli altri. Anche qui, dai tassisti alla farmacie, dagli ordini professionali agli edicolanti, non c’è differenza.
Il mercato della comunicazione no. Ha sempre avuto poche regole. E ancor meno ne ha chieste. Competitività vera, nessuna rete di sicurezza. Ha sempre fatto da sé, quando la situazione era buona. E quando non lo era. Anche adesso, con visibilità zero sul futuro più prossimo, e concessionarie e centri media che stanno ancora lavorando sulle pianificazioni di dicembre. Altro che previsioni a tre mesi. Qui non si vede neanche a tre settimane. Forse a tre giorni. Ma ogni limite ha la sua pazienza, ricordava saggiamente il principe De Curtis. Passi non chiedere nulla allo Stato, ma qui si va un po’ oltre.
Una Finanziaria che taglia più del ragionevole i budget di comunicazione della P.A., che solo da qualche anno stava faticosamente avvicinandosi ai livelli di investimento dei paesi più avanzati.
E poi piccole e grandi punture di spillo, come quel bando pubblico che chiede quale gentile cadeaux uno studio di immagine coordinata, e si permette di essere schizzinoso nei confronti di chi tale regalo dovrebbe elargire. Per arrivare fino al caso-limite, al punto da determinare la reazione di AssoComunicazione, della gara con annessa assunzione di personale già in forza al committente. Portando il concetto al paradosso, vedremo forse un giorno Fiat bandire un nuovo modello di gara creativa tra le agenzie. Per portarsi a casa la realizzazione della campagna di brand, e 300 cassaintegrati del reparto Carrozzerie di Mirafiori.
Fonte: Pubblicità Italia
Guida all'uso di Google in 10 passi

Ogni giorno sei utenti su dieci trovano informazioni online grazie al suo aiuto. Tanto per i navigatori più esperti, quanto per quelli che muovono i primi passi, Google viene ormai percepito come una sorta di lampada di Aladino in grado di rispondere a tutti i nostri desideri e di orientarci nei meandri più oscuri della rete. Se il motore di Brin e Page è riuscito a imporsi su decine di concorrenti agguerriti è proprio grazie alla sua estrema semplicità e velocità di utilizzo. Eppure capita spesso di lanciare ricerche su ricerche senza arrivare al risultato sperato: questo perché il supermotore di Google ragiona pur sempre con la lingua - certo intelligente, ma a volte anche ottusa - degli algoritmi matematici.
I “TRUCCHI” - Esiste però tutta una serie di trucchi e suggerimenti, spesso sconosciuti ai più, che possono aiutare a farci comprendere meglio e a velocizzare le operazioni compiute più di frequente. È per questo che abbiamo deciso di raccogliere dieci consigli, individuati a partire dalle varie guide realizzate da Google , ma anche dai tanti trucchi condivisi in rete dagli utenti più esperti. Per semplificare il tutto ci siamo immedesimati in un utente che sta per acquistare un nuovo televisore, ma prima vuole informarsi sui vari modelli e prezzi in circolazione.
1 - IDEE CHIARE – Il successo di una ricerca dipende in larga parte dalla parola chiave inserita. È per questo che conviene evitare del tutto interrogazioni generiche come (televisore) per poi ritrovarsi con milioni di risultati non pertinenti. È sempre meglio utilizzare subito le parole chiave, aggiungendo termini che esplicitano il contesto di riferimento (ad esempio televisore plasm). Se poi conoscete già l'espressione esatta di ciò che state cercando, conviene sempre metterla tra virgolette “televisore al plasma 32 pollici” in modo da sfoltire i risultati non pertinenti. Questa regola vale a maggior ragione se state cercando una persona ("mario rossi" rispetto a mario rossi dà 400 mila risultati in meno). Le frasi esatte possono tornare utili anche per interrogazioni più complesse: digitando tra virgolette "meglio plasma o lcd" potrete trovare le risposte ricevute dagli utenti che avevano il vostro stesso dubbio. Ad ogni modo, non esagerate con frasi troppo lunghe: il motore considera fino a un massimo di 32 caratteri. Per quanto riguarda la scrittura e la punteggiatura, mettete pure da parte le principali regole ortografiche imparate a scuola. Per Google non c'è alcuna differenza tra maiuscolo e minuscolo: le ricerche Televisore LCD e televisore lcd danno un numero identico di risultati. Stesso discorso per la punteggiatura (l'algoritmo ignora del tutto punti, virgole e due punti) così come le espressioni comuni (congiunzioni, articoli).
2 – QUESTIONE DI LOGICA – Eppure anche Google ha una sua grammatica e punteggiatura: comprende cioè benissimo la lingua degli operatori logici [AND], [OR], [NOT], [+], [-], [..].
Il primo serve per legare tra loro due parole chiave: se ad esempio vi interessano solo gli schermi Lcd e lanciate la ricerca [televisore AND lcd] verranno restituiti solo i risultati in cui sono presenti entrambi i termini. Ultimamente Google ha inserito l’operatore [AND] di default su tutte le interrogazioni con più parole chiave: potete quindi evitare di utilizzarlo. Se invece volete escludere del tutto una parola chiave (come plasma) e includere tutto il resto (quelli Lcd, a tubo catodico, etc.), conviene digitare [televisore NOT plasma]: in questo modo saranno scartate tutte le pagine in cui compare la parola [plasma]. Se invece scrivete [televisore OR plasma] verranno visualizzate tutte le pagine in cui si parla di televisore e di plasma. A cosa serve? Può tornare utile per trovare [plasma] abbinato alla parola [schermo]. Gli operatori possono essere sostituiti anche con i simboli [+] (al posto di AND) e [-] (al posto di NOT). Altro operatore utile è [..]: nel caso in cui vi interessano solo gli schermi tra 32 e 50 pollici, potete inserire la query [lcd 32..50 pollici] e compariranno anche le pagine che parlano di televisori da 40 o 46 pollici. Questo operatore può essere utilizzato anche per ricerche limitate a un arco temporale (ad esempio [1980..1998]). Se proprio non avete voglia di ricordarvi tutti questi operatori, utilizzate il modulo di «Ricerca avanzata» in cui potrete definire le parole da includere/eliminare, il periodo di riferimento, la tipologia di file (solo .pdf o .ppt). Può capitare, inoltre, di voler restringere una ricerca ad alcuni domini particolari. Ad esempio, volete visualizzare tutte le recensioni del vostro modello di televisore preferito pubblicate su una rivista tecnica. In questo caso conviene ricorrere all’operatore [site]. Digitando [lcd site:punto-informatico.it] verranno forniti solo i risultati trovati sul sito di Punto Informatico. L’operatore [site] può essere utilizzato anche per limitare le ricerche ai singoli domini: [site:.edu] per i soli risultati delle università statunitensi; oppure [site:.it] per quelli italiani.
3– LINK PUBBLICITARI – In pochi ci fanno attenzione, ma spesso i primi risultati restituiti da Google non sono necessariamente i migliori: può capitare che siano invece collegamenti sponsorizzati. Cliccateli, quindi, solo se effettivamente vi interessano, altrimenti conviene arrivare al primo risultato «ufficiale» più in basso. Per riconoscere un collegamento sponsorizzato, oltre alla dicitura in grigio chiarissimo che compare in alto, basta dare un’occhiata al colore dello sfondo che è rosa invece di bianco.
4– RICERCHE SICURE – Safe Search è un altro strumento poco noto che può essere attivato dalla pagina di Ricerche Avanzate. Se selezionato, elimina tutti i risultati considerati «a luci rosse», secondo diversi livelli: [medio] non visualizza le immagini esplicite, ma non filtra i normali risultati web; [massimo] esclude tutti i risultati.
5 - DEFINIZIONI AL VOLO - Avete fatto ricerche in lungo e in largo per il web e ancora siete tormentati da dubbi atroci su quale sia la differenza tra un Plasma e un Lcd? Provate a usare la funzionalità [define]. In pochi la conoscono, ma può essere davvero un valido alleato. Basta lanciare una ricerca del tipo [define:lcd] per trovare tutte le definizioni disponibili online (su dizionari, enciclopedie e siti specializzati), con tanto di link diretto alla fonte. Da utilizzare come valida alternativa a Wikipedia per definizioni veloci di un acronimo o di un termine straniero.
6 - CALCOLI E CONVERSIONI – Google funziona anche da calcolatrice e convertitore di valuta. Se finalmente avete trovato il modello di schermo che più vi piace su un sito di e-commerce inglese e scoprite che costa 500 sterline, basta scrivere [500 pound in euro] per sapere subito a quanti euro corrisponde. Il convertitore funziona per diverse unità di misura: ad esempio dalle miglia ai metri o dalle ore ai secondi [3 ore in secondi]. Per calcolare la differenza di prezzo tra diversi modelli, potete usare la calcolatrice con simboli [+], [-], [*], [/]. Esempio: [678-643].
7 - COME SI SCRIVE IN INGLESE? - Google tende a dare maggiore visibilità ai risultati che sono nella stessa lingua dell’utente (fate attenzione che sia selezionato l’italiano nelle vostre impostazioni per avere risultati migliori). Se vi capita di trovare un risultato interessante in una lingua che proprio non conoscete, accanto al titolo comparirà [Traduci questa pagina]. Basta cliccare per avere all’istante una traduzione (molto imperfetta, a dire la verità) che aiuta se non altro a comprendere il senso generale. Sempre sul fronte lingue straniere, Google può essere un utile strumento per scoprire se un termine o un'espressione è corretta. Supponiamo che vogliate scrivere una mail (in inglese) al sito di e-commerce per avere maggiori informazioni sui tempi di consegna o la garanzia. Improvvisamente siete assaliti da un dubbio: si scrive [wich] o [which]? Basta dare un’occhiata al numero di risultati restituiti dalle due ricerche, per scoprire che il termine più utilizzato è il secondo. Anche qui, non si tratta di una regola sempre valida, ma può essere un metodo efficace per togliersi una perplessità al volo. Lo stesso vale anche per le espressioni più lunghe, come le formule di cortesia: se non siete sicuri su come si scriva correttamente basta inserirla tra virgolette [“I look forward to hearing from you”] e vedere il numero di risultati o il “Forse intendevi…” suggerito da Google.
8 - GIORNALI E BLOG – Google non è solo il motore di ricerca generico che ogni giorno interroghiamo. Da un po’ di tempo, nella pagina di ricerca (in alto a sinistra) compare un menu con le voci «News», «Blog», «Immagini», etc. Non si tratta di semplici sotto-motori di Google, ma veri e propri strumenti differenziati per ricerche più mirate. «News» ad esempio indicizza tutte le notizie dell’ultimo mese con una velocità di aggiornamento migliore rispetto a quella del motore generale; in più offre la possibilità di ordinare cronologicamente i risultati o di effettuare le ricerche per singole testate (ad esempio [televisore plasma site:corriere.it]). Se dovete acquistare un nuovo dispositivo, conviene sempre dare un’occhiata a quello che dicono i blog specializzati sul modello che più vi piace. Anche qui, basta ciccare sul menù «Blog» per accedere al motore specializzato per blog. Google conta decine di motori verticali, che spesso danno risultati molto più precisi: se cercate un libro meglio passare direttamente da Ricerca Libri (potrete anche leggerne brevi estratti), per un articolo scientifico Google Scholar.
9 - TOOLBAR – Piuttosto che digitare decine di volte al giorno [www.google.it] nella barra del browser o premere sul tasto «Home» (nel caso in cui l’abbiate impostato come pagina iniziale), conviene di gran lunga installare la toolbar di Google. In questo modo si ha sempre il campo di ricerca a portata di schermo. Consiglio: nelle preferenze della toolbar, selezionate la voce «apri in una scheda diversa» per evitare che i risultati vengano aperti nella stessa pagina che si sta visualizzando. La toolbar offre decine di altre funzionalità, come quella utilissima di traduzione. Basta attivarla e quando col mouse passate sopra una parola straniera comparirà al volo la traduzione in italiano.
10 - METEO, CINEMA, MUSICA – Volete sapere che tempo fa nella vostra città? Scrivete [weather roma] e Google visualizzerà subito le icone con le previsioni e le temperature dei prossimi tre giorni. Lo stesso vale per i fusi orari (ad esempio [time mumbai]). Altra funzionalità poco conosciuta è quella sulla programmazione dei cinema della vostra città. Scrivete [cinema milano] e comparirà subito la programmazione di tutte le sale cittadine. Se conoscete già il titolo del film che volete vedere, lanciate una ricerca [benjamin button Napoli] e Google vi dirà direttamente le sale e l’orario in cui è programmato. Se volete restringere solo i risultati all’ambito cinematografico, lanciate la ricerca [movie: Casablanca], così vi eviterete tutte le pagine che parlano della città marocchina. E così anche per la musica: digitando [music:U2] verranno visualizzati solo i risultati relativi alla band irlandese, organizzati in Artist, Album, Songs.
Fonte: Corriere della Sera
La carica degli ultracentenari

Persino gli anniversari si piegano alla logica del marketing. Lo ha fatto vedere Coca-Cola alla fine dello scorso anno, celebrando con uno spot i suoi 122 anni di storia. E lo ribadisce Barilla, che proprio in questi giorni è on air con una campagna istituzionale che sottolinea i 132 anni del marchio.
Perché celebrare i 132 e non i 135, cifra tonda? Perché in un momento di congiuntura negativa e di disorientamento del consumatore è bene poggiare su basi solide.
Storia vuol dire tradizione. Tradizione vuoi dire solidità. Solidità vuol dire aver resistito a tutti i capricci del mercato per poter dire a tutti: tranquilli, un futuro di ripresa è possibile.
La campagna di Aldo Cemuto e Roberto Pizzigoni di Young&Rubicam, infatti, rassicura gli acquirenti con l'immagine del fondatore, un papà buono e sognatore che risponde a tutti gli stilemi della comunicazione Barilla: la famiglia, i valori, la semplicità. Non manca nemmeno l'immagine della contadinella fine Ottocento (visibile nel filmato da 132 secondi), che con la sua fascina di grano in braccio rischia però di citare il marchio della pasta De Cecco.
Il nuovo spot Barilla è ben più sobrio rispetto alla campagna realizzata nel 2002 per il 125˚ anniversario: non è stato girato da Wim Wenders o sceneggiata da Alessandro Baricco, ma a firmare le musiche c'è Ferdinando Amò, l'autore della colonna sonora che accompagna la «storia liquida» con cui Fratelli Branca Distillerie sta attualmente raccontando ai consumatori i suoi 163 anni di Fernet. Lo spot Jwt lo fa a modo suo: ispirandosi alla pubblicità con la plastilina animata che caratterizzò i caroselli degli anni Sessanta, riprendendo il jingle del maestro Godi e il pay-off storico «Sopra Tutto...Fernet Branca». Un suono familiare e sereno quanto il Mulino Bianco, di cui si aspetta a breve il ritorno in pubblicità.
Fonte: Economy
Thru The Line

Tutti sanno che il livello delle acque si sta alzando a causa del cambiamento climatico, ma come sensibilizzare l'opinione pubblica sulle sue conseguenze anche se a migliaia di chilometri da qui? Questa è la domanda alla quale il progetto inglese Watermarks tenta di rispondere con proiezioni luminose in pieno centro di Bristol.
I dati sull'innalzamento del livello delle acque vengono, infatti, proiettati sulle facciate di numerosi edifici della città, un'iniziativa a basso costo di realizzazione e facilmente replicabile, ma di altissimo impatto comunicativo.
Fonte: Economy
Videogame e social network buoni per il marketing

“Attualmente in un'abitazione su quattro c’è una Playstation 3”, ha affermato il general manager di Sony Computer, Gaetano Ruvolo, “ uno strumento che non viene usato solo per i videogiochi, ma che è aperto al mondo web, diventando anche social network aziendale. Playstation 3 ha oltre 20 milioni di utenti iscritti in tutto il mondo e per questo abbiamo voluto saperne di più su chi frequenta i social network e capire quali iniziative si possono intraprendere con i videogiochi, che possono essere di marketing, ma anche offrire la possibilità ad organizzazioni non governative di raccogliere fondi, fino alla possibilità di trovare lavoro”.
Secondo la ricerca gli utenti di web 2.0 sono consumatori di esperienze, relazioni, strumenti e contenuti culturali, portatori di competenze acquisibili attraverso il gioco e spendibili nel mondo del lavoro, e anche “allenati” alla collaborazione.
“La ricchezza dell'indagine”, ha affermato il preside della Facoltà di Scienze della Comunicazione, Mario Morcellini, “riguarda l'opportunità di osservare fenomeni e comportamenti che ora appaiono di nicchia, ma che mostrano potenzialità per espandersi come standard per i prossimi usi sociali e imprenditoriali delle tecnologie di rete”.
I risultati completi della ricerca saranno presentati a giugno, anche se, come ha spiegato la coordinatrice del gruppo di ricerca Paola Panarese, “da un primo censimento dei punti dei game e sociaI network, è evidente che l'Italia è ancora indietro nella sperimentazione legata al gioco come strumento di relazione”. Per il preside della Facoltà di sociologia dell'Università Federico II di Napoli, Gianfranco Perchinenda, “la nostra è una società dove il videogioco non solo è penetrato ma diffonde la cultura della simulazione.
Con il videogioco, abbiamo un determinismo ludico, dove le ultime generazioni sono a cavallo tra il dentro e il fuori del gioco. Inoltre, questo, comporta un capovolgimento generazionale delle gerarchie. Per ora vige un preoccupante disinteresse del videogioco come strumento sociale”.
Fonte: Italia Oggi