lunedì 2 febbraio 2009

FARE CULTURA CON LE PR. MISSIONE POSSIBILE!


Le pubbliche relazioni hanno un ruolo fondamentale nell’immagine del territorio e nella sua politica di sviluppo e il loro impiego a servizio del marketing territoriale è sempre più attuale e ricorrente.
L’applicazione delle regole di marketing ai contesti ambientali ed economici che ci circondano spinge un numero crescente di aziende e operatori a ragionare in un’ottica di analisi dell’offerta del territorio, osservandola dai diversi punti di vista o potenzialità per stabilire un piano per migliorarla, affinarla, portarla a conoscenza di tutti. Soprattutto perché il processo di globalizzazione e l’ingresso sulla scena economica e commerciale mondiale di nuove aree geo-economiche ha aumentato la competizione tra i territori.

L’approccio a un progetto di valorizzazione di territorio, dal punto di vista strategico, non è diverso da ogni altro piano di marketing. Quel che cambia è il prodotto: il territorio è un’impresa su cui investire, un vero e proprio soggetto economico che opera in un ambiente altamente competitivo. Spiega Linda Bulgheroni, Managing Director di Weber Shandwick: “I passi da compiere non si discostano molto da qualsiasi pianificazione di marketing, seppur in presenza di una maggiore complessità: l’individuazione delle unicità della geografia che verrà offerta ai potenziali visitatori, che non può prescindere da un’analisi degli insight sui bisogni dei visitatori (attuali e potenziali) e dal posizionamento delle destinazioni competitor; l’individuazione delle miglior politiche di prezzo, dai costi delle strutture ricettive ai ticket di ingresso delle attrazioni…; la definizione del rapporto del luogo con i potenziali mercati di riferimento e le politiche di promozione e comunicazione.

"Come in ogni piano di marketing, fondamentale è poi procedere al monitoraggio e alla revisione degli obiettivi di sviluppo individuati". Precisa Marco Pavarini, Direttore Generale di Binario Comunicazione: “Essere dentro al territorio è la prima condizione da soddisfare per portare avanti un progetto di marketing territoriale efficace; ciò significa anche mantenere un contatto di relazione stretta con le istituzioni e con gli attori che per primi sono attivi sul territorio creando flussi comunicativi. Solo in questo modo è possibile identificare ogni opportunità economica, culturale, sociale per mettere in evidenza la propria identità. È altrettanto necessario saper leggere il territorio attraverso i suoi abitanti, capirne gli aspetti socio-culturali. A questo deve seguire una costante e aggiornata conoscenza delle peculiarità espresse da un’area geografica, sia reali sia percepite dai target di riferimento”.

Il ruolo della comunicazione nella promozione del territorio
In questo scenario, la comunicazione è uno degli strumenti strategici per incrementare il valore del territorio, comunicarne le ricchezze, trasmettere le vocazioni e le opportunità imprenditoriali dello stesso. Identificare il vantaggio competitivo di un territorio e imparare a renderlo comunicabile è un processo necessario per valorizzare e rendere cumulabili le risorse dei luoghi. La comunicazione deve quindi informare in modo accessibile a tutti e diffondere gli obiettivi, le finalità e gli sviluppi del piano di marketing territoriale per creare una condivisione delle nuove visioni, individuando varie metodologie di comunicazione - istituzionale, mirata, di massa - in relazione ai soggetti e ai contenuti. Nella promozione di un territorio, per far suscitare interesse si creano spesso dei “contenitori tematici” in cui vengono inseriti dei contenuti e degli strumenti mirati a coinvolgere soggetti con passioni ed interessi comuni.

Marco Pavarini spiega: “La richiesta di consulenze e progetti di marketing territoriale si sviluppa con costanza; lo vediamo dalla sempre crescente attenzione per il territorio e il fiorire di molti progetti in cui l’attore principale è il patrimonio e l’ambiente. Pensiamo solamente al mondo che si è creato intorno all’espressione slow food, all’attenzione che i media dedicano alla scoperta di piccole e uniche eccellenze territoriali. L’arte, l’enogastronomia certificata, le peculiarità ambientali diventano un marchio di riconoscimento indelebile per borghi e paesi, regioni e città. Tutto questo è marketing territoriale, nato in modo inconsapevole alle sue origini, oggi sempre più presente nella politica di gestione del patrimonio italiano.

In Emilia-Romagna le istituzioni sin da subito ne hanno colto l’importanza investendo nei processi di valorizzazione delle proprie ricchezze. Si è da tempo sviluppato tra le aziende e le istituzioni un approccio attento al territorio di riferimento visto non solo come parte del bacino di utenza ma vero e proprio attore ed interlocutore nei processi gestionali. Binario ha fatto della competenza in questo ambito il suo elemento di forza: "stiamo lavorando da anni con le aziende e con le istituzioni del territorio emiliano nell’individuazione di strategie di comunicazione volte alla valorizzazione di progetti territoriali, alla creazione di sistemi relazionali forti tra gli stakeholders. Aver operato qui, in un territorio con la vocazione all’eccellenza conosciuto nel mondo per le sue ricchezze eno-gastronomiche e culturali, per noi è stato un laboratorio di sperimentazione unico che ci ha permesso di accrescere il nostro know how replicabile in altre aree a livello nazionale".

Fonte:Advertiser

IL PRODUCT PLACEMENT FUNZIONA ANCORA? C'È CHI DICE DI NO


Il Product Placement è da anni uno strumento importante per la promozione di marche e prodotti, attraverso l'inserimento dei "simboli"appropriati all'interno di fim o serial TV.

Ha raggiunto apici di importanza tali che alcune grandi marche avevano (o hanno ancora?) un ufficio permanente ad Hollywood, con l'esclusivo compito di negoziare accordi con le major per l'inclusione dei propri prodotti nelle più importanti produzioni.

In tempi di vacche magre e di advertising classico nel mirino, il placement si ritrova sotto i riflettori, nella speranza sia un modo per aggirare la disattenzione, il disinteresse o semplicemente il fatto che l'adv spesso non raggiunge nemmeno più il target.

In questo scenario potenzialmente favorevole al placement è entrato a gamba tesa Martin Lindstrom, noto esperto di branding e comunicazione (una vera star, nel suo piccolo) che nel suo recente libro "Buyology"riporta i risultati di esperimenti sull'efficacia del placement sui neuroni della gente (vedi alla voce neuromarketing).

Attaccando (in estrema sintesi) dei volontari ad un elettroencefalografo è stato dimostrato (su un campione di 2000 casi) che il placement non funziona (più) nella maggior parte dei casi, non portando ad un aumento del ricordo della marca (resta poi davero da vedere se a livello ultra sub-conscio/sotterraneo un qualche effetto subliminale ci posa essere anche in assenza di ricordo, ma appare una teoria un tantinello improbabile).

L'eccezione sarebbe rappresentata da quei casi in cui la marca è funzionale alla storia, è fortemente integrata nel plot narrativo... quello che si chiama product integration - dove marca o prodotto non sono una presenza più o meno casuale, ma sono un componente di fondo della storia (pensate ad es. se gli amici di "Friends"si fossero ritrovati in uno Starbucks invece che al "Central Perk"....).

Fonte: Mymarketing

INTERNET E GIOVANI: COME SONO I COMPORTAMENTI, LE SCELTE E I CONSUMI DI COLORO CHE SONO NATI CON LA TECNOLOGIA E LA RETE WEB?


«Laddove i miei genitori un tempo lamentavano soltanto di doversi destreggiare tra massicce quantità di email, oggi abbiamo raggiunto lo stesso eccesso nei messaggi scambiati su Facebook, Twitter, Pownce, LinkedIn eccetera eccetera. Quali sono le implicazioni del miscuglio continuo tra socializzazione e lavoro? E come porsi di fronte a tutto ciò?».

«Ho davvero bisogno di controllare la email in autobus? Devo esserne inseguita finanche nella mensa universitaria? O in palestra? La natura pressoché infinita di Internet ha creato un sovraccarico d'informazione e la proliferazione dei siti disocial networking sta portando a un analogo overload».
Queste un paio di battute, in cui molti di noi si riconosceranno, riprese da Born Digital: Understanding the First Generation of Digital Natives, libro di recente uscita negli Stati Uniti. Il progetto prevede anzi utili appendici online dove discutere e ampliare continuamente le tematiche ivi affrontate.

Un testo che va a completare il trittico di pubblicazioni rilasciate nel 2008 per il decennale del Berkman Center for Internet & Society (Harvard University), a compimento di altrettanti studi cruciali per comprendere e partecipare al meglio i molteplici aspetti di un pianeta digitale in costante mutamento. Gli altri due volumi sono Access Denied: The Practice and Policy of Global Internet Filtering e The Future of the Internet. And How to Stop It.
L'indagine, la prima di respiro internazionale, dal di dentro e trasversale, è curata da John Palfrey e Urs Gasser, rispettivamente direttore esecutivo e docente associato del Berkman Center. I quali hanno intervistato, in situazioni formali e meno formali, centinaia di giovani di ogni parte del mondo sulle tecnologie maggiormente utilizzate, sul modo di esprimere la propria identità online, su come vedono la privacy e la sicurezza personale, su molteplici dettagli delle loro esperienze digitali quotidiane.

Oltre ad aver seguito svariati siti e blog, parlato con esperti e addetti ai lavori, riesaminato la letteratura precedente e scambiato centinaia di email con un ampio giro di collaboratori. Punto cruciale del lavoro, chiarisce l'introduzione, è «porre nella giusta prospettiva elementi positivi e negativi del quadro generale, offrire interpretazioni contestualizzate, suggerendo al contempo quel che ciascuno di noi (genitori, insegnanti, dirigenti, legislatori) può fare per contribuire a questa straordinaria transizione verso una società connessa a livello globale, anziché bloccarne lo sviluppo».
Già perché, nonostante l’ampia penetrazione della Rete, restano diffuse e tutt'altro che striscianti le manovre tese a imporre il bavaglio o rendere difficile la vita ai netizen – dall'Italia (dove vigono tuttora i decreti Urbani e Pisanu, e prosegue la discussione del disegno di legge Levi-Prodi) alle palesi censure, galera inclusa, per vari blogger in Egitto, Cina e altri Paesi.
Abbiamo così un osservatorio necessario e privilegiato sulla prima generazione di nativi digitali: ragazzi nati sul finire del decennio 1980-1990, cioè negli anni in cui acquistarono ampia visibilità (quantomeno negli Stati Uniti) Usenet, le Bbs e soprattutto la email, seguite dal debutto del World Wide Web nel 1991 e non molto tempo dopo dall'arrivo dei primi blog.
Una sostanziosa fetta di “popolazione” digitale – non “generazione”, come spesso viene definita a torto, visto che complessivamente appena un miliardo di persone ha accesso alle tecnologie digitali, sugli oltre sei miliardi che popolano il pianeta Terra, altro elemento importante questo per dare giusto contesto all'intero scenario. Si tratta cioé di giovani cresciuti fin dalla nascita con e dentro gli ambienti virtuali, e che da poco sono diventati maggiorenni.
Ne consegue, ci ricordano gli autori, che presto il mondo intorno a loro, soprattutto quello occidentale, «sarà costruito in base alla loro immagine: l'economia, la politica, la cultura e perfino la struttura della vita famigliare ne verranno trasformate per sempre».
Per un riscontro d'attualità, non è un mistero come la stessa elezione di Barack Obama sia dovuta in parte all'accorto impiego di tali tecnologie, coinvolgendo così come non mai (tanto rispetto all’attivismo online quanto per l’affluenza alle urne) proprio quelle masse giovanili che ne sono target e utenza preferiti.
Senza dimenticare l’estrema utilità del servizio attivato all’uopo da Twitter, con rapide battute diffuse senza soluzione di continuità da migliaia di individui di ogni parte del mondo. Oppure i rilanci del tantissimi volontari che danno vita al circuito di Global Voices Online e che nella recente Election Night statunitense hanno prodotto una stimolante chat senza frontiere, fornendo altresì panoramiche più ragionate sulle opinioni dei netizen del mondo riguardo le stesse elezioni.
Citando più volte le potenzialità del giornalismo partecipativo di Global Voices, Born Digital dedica poi un intero capitolo all'attivismo politico, dal ricorso diffuso ai cellulari per organizzare la protesta nelle turbolenze post-elettorali della scorsa primavera in Kenia alla rivoluzione arancione in Ukraina del 2004-2005.
Per poi analizzare più a fondo, ovviamente, i recenti trend statunitensi mirati a stimolare la partecipazione civica grazie agli strumenti del Web 2.0, partendo dall'era post 11 settembre e fino alle ultime due tornate presidenziali, ribadendo i primi successi della raccolta-fondi e della mobilitazione online della campagna Obama.

E mentre è di norma aderire ai “recinti dorati” delle reti sociali, preoccupandosi ben poco della privacy, un numero crescente di nativi digitali non esita poi a ricorrere ad applicazioni ad hoc quali Taking-ITGlobal, Youth Noise, Zaaz, esterne ma ben innestatate sul popolare Facebook, ad esempio. Cercando di stare attenti a non prendere il dito per la luna che indica, confondendo mezzi e fini.
Fra i vari gruppi di studio illustrati (creativi, pirati, innovatori ecc.), il capitolo “learners” analizza le trasformazioni dell’ultimo decennio nell’ambito dell’apprendimento inteso nel senso più ampio. Partendo con lo sfatare una serie di luoghi comuni: «Notando che i nativi digitali non leggono giornali e riviste, ma assorbono le notizie per l’intera giornata navigando tra vari siti web, molte persone meno giovani ritengono che la loro compresione dei fatti sia superficiale e limitata ai titoloni.
Impressione sbagliata, perché sottovalutano la prodondità della conoscenza che i nativi digitali apprendono dal web e l’interazione costruttiva con l’informazione». Importante anche il suggerimento, per le aule scolastiche di ogni ordine e grado, di impiegare non maggior tecnologia bensì di usarla in maniera più efficace e mirata.
E così come la televisione non ha stravolto la didattica, lo stesso dicasi per Internet. Purché la si usi come strumento per «collegare sempre meglio la scuola del futuro al mondo esterno, per fare in modo che gli studenti continuino a imparare dentro e fuori dell’aula».

Genitori e insegnanti sono sulla linea del fronte, insomma, hanno le maggiori responsabilità e svolgono un ruolo cruciale, insistono Gasser e Palfrey, ma fin troppo spesso non sono per nulla coinvolti nelle decisioni dei giovani. Ergo, è imperativo continuare le sperimentazioni – come accade per fortuna anche in Italia.
Posizioni forse scontate? In parte, almeno per quanti seguono regolarmente queste pagine web. Ma va ricordato che il libro vuole porsi primariamente come guida pratica e intelligente al mondo nuovo del digitale e alla sua complessa popolazione, dove trovano spazio anche i colonizzatori più anziani di primo pelo e le continue frotte di immigrati.
Puntando a trovare un equilibrio continuo fra la corsa al gadget o al social network dell’ultima moda e la necessità per ciascuno di noi - legislatori ed educatori, genitori e professionisti – di comprendere il digitale odierno per dar forma al suo futuro. È anzi questo gap partecipativo che gli autori individuano come rischio più cogente e pericoloso: col passare del tempo, il prezzo dell'inazione partecipativa sarà ben maggiore di quanto possiamo immaginare o sostenere come società.

Fonte: Business on line

Facebook: famiglia d'adozione per 4 milioni di Italiani


Oltre 4 milioni di italiani usano Facebook: all'inizio dell'anno erano 100mila, prima dell'estate poco più di mezzo milione, in settembre erano raddoppiati e in altri due mesi sono raddoppiati di nuovo.
Una moda? Un segnale profondo? Un cambiamento radicale? Di certo, è un fenomeno che impone una riflessione: perché sta urlando qualcosa, ma non è facile distinguere quello che dice. E questo libro è anche un tentativo di capirlo.
Facebook è certamente una moda, ma diversa dalle altre. Un'analisi della relazione tra la crescita degli abbonati italiani a Facebook e gli articoli dedicati a questo social network dai media tradizionali, pubblicata su Nòva il 27 novembre 2008, dimostra che gli italiani sono andati su Facebook indipendentemente dai canali che di solito alimentano le mode. Ci sono andati per passaparola. Il boom di Facebook è un fenomeno che appartiene alle persone che lo stanno vivendo.

Che cosa ci dicono? Evidentemente, milioni di persone trovano in Facebook una risposta a un bisogno. Quale? La risposta è nella stessa struttura di Facebook, definita dalla sua parola chiave: "amici". Il bisogno è proprio quello di recuperare relazioni personali o almeno simulazioni di amicizia. È il bisogno cui rispondono in modo diverso i social network, da Twitter a MySpace, i siti di condivisione da Flickr a YouTube, i media sociali, dai blog a Wikipedia. Nell'insieme, non sono tanti piccoli media ma un unico grande medium fatto di persone che si esprimono e si connettono. Un medium a rete, diverso dai media gerarchici nei quali i produttori di contenuti sono da una parte e i fruitori dall'altra: qui, invece, i fruitori e i produttori sono dalla stessa parte, sono un grande pubblico attivo. La partecipazione a una rete di persone può rivelarsi molto gratificante, come dimostrano le ricerche degli "economisti della felicità", da Richard Easterlin al premio Nobel Daniel Kahneman. E, sebbene l'"amicizia su Facebook"sia un concetto ben diverso da quello di "amicizia" tout court, riesce almeno ad alludere a quel genere di gratificazione.

Sulla base della metafora dell'"amicizia su Facebook", il servizio creato da Mark Zuckerberg è riuscito a convincere più di altri, superando MySpace, riassorbendo innovazioni sviluppate da altri - video, foto, chat, posta, status update, condivisione di link - e sviluppando una piattaforma che offre spazio ai programmatori di applicazioni divertenti e utili, dalla segnalazione di eventi agli strumenti di aggregazione sociale, dai giochi ai test, dalla pubblicità all'e-commerce.
Il successo, in questi casi, è figlio del successo. L'effetto-rete è la dinamica per cui quando molte persone usano uno strumento per connettersi, altre sono invogliate ad adottarlo. E Facebook sta volando sulle ali dell'effetto rete. È un cambio radicale nell'uso di internet?

La storia di internet è stata anche un'evoluzione delle piattaforme per l'espressione e la connessione delle persone. Dall'epoca della pubblicazione di pagine in linguaggio html al tempo dei blog, la progressiva semplificazione delle attività necessarie alla pubblicazione ha moltiplicato gli utenti attivi. E quella quantità ha avuto effetti qualitativi importanti sul sistema dei media. Con Facebook, il pubblico attivo fa un altro salto quantitativo e, dunque, qualitativo.
È improbabile che questo sia il punto di arrivo. È invece probabile che, anche grazie a Facebook, si assista a un'integrazione più intelligente tra le diverse dimensioni mediatiche. Se Facebook accelera la crescita del pubblico attivo alimentandosi delle relazioni tra le persone, non è forte nella costruzione di un'agenda interpretativa. Che continua ad arrivare piuttosto da altri media, come tv, libri e giornali, che infatti chi usa Facebook spesso cita e riprende. Ma i media tradizionali non possono più far finta che la rete non esista.

La rete è ecosistema dell'informazione. Vive di infodiversità. E tra le molte specie che la popolano quelle che vivono meglio sono in simbiosi con le altre. Lo stesso successo di Facebook, una piattaforma di proprietà di un'azienda, potrebbe andare in crisi adottando una strategia di conquista aggressiva. Chi voglia prosperare nel contesto della rete dovrà invece concentrarsi soprattutto su una questione: come mettersi al servizio dell'insieme.
Fonte: Il sole 24ore.com

venerdì 16 gennaio 2009

BOOM DI AZIENDE "VERDI" IN ITALIA


Un terzo delle aziende italiane ha già implementato delle attività volte al rispetto dell'ambiente. Un valore per ora sotto la media mondiale (42%), ma destinato a crescere.

È infatti sopra la media il numero delle aziende che, a detta degli intervistati - manager del finance e della ricerca e sviluppo - stanno definendo delle politiche ambientali da implementare a breve (20% il dato Italia contro il 17% media mondiale). Ma quali sono le attività attuate per il rispetto dell'ambiente dalle aziende del nostro Paese? Primo fra tutti, un maggior rispetto per i consumi energetici che coinvolge ben il 66% delle imprese: in primis l'uso di lampadine a basso consumo e una maggiore sensibilizzazione dei dipendenti. Un valore addirittura superiore alla media mondiale (64%).

Seguono i programmi di riciclo inclusi nei processi produttivi per il 56% delle aziende e l'utilizzo di carta riciclata per il 54%. Poi, un quinto circa delle aziende ha un piano di conservazione e risparmio dell'acqua. Tra le modalità più originali e innovative si rilevano invece l'incentivazione all'uso dei mezzi pubblici attraverso il rimborso del costo dei biglietti utilizzati per raggiungere l'ufficio, attuato dal 22% delle imprese, e la digitalizzazione dei documenti, con conseguente risparmio nell'uso di carta, per il 12%. Sono ancora poche invece le imprese che optano per la compensazione delle emissioni di CO2 emesse nell'ambiente come conseguenza delle proprie attività. Solo il 7% delle aziende, infatti, sostiene piani di rimboschimento o altre iniziative analoghe.
Infine, mentre il 15% delle aziende dichiara di considerare le politiche ambientali all'interno di un più ampio programma di responsabilità sociale d'impresa, nessuna di quelle considerate dallo studio ha scelto la strada della certificazione Iso 14001 per dichiarare l'impegno concreto nel minimizzare l'impatto ambientale dei propri processi, prodotti e servizi.

Fonte: marketingjournal

MARKETING AZIENDALE E INTERNET: LE NOVITÀ E I CAMBIAMENTI DI STRATEGIE DA APPORTARE IN NOVANTA ASSIOMI ESTRAPOLATI DAL LIBRO MINIMARKETING DI GIANLUCA


Questo testo è tratto dal libro Minimarketing pubblicato in formato digitale da Apogeo OnLine

1. Il marketing è morto in quanto sono esaurite le due condizioni che lo nutrivano: primo, che le persone non potessero parlare facilmente e direttamente tra loro; secondo, che il canale di trasmissione fosse concentrato, semplice e direttamente controllabile.
2. Non è la vostra promozione ma la loro conversazione a differenziare il vostro prodotto, e provocare un acquisto.
3. Le persone si relazionano prima di tutto con altre persone, non con aziende anonime. Incentivate le persone in azienda a partecipare liberamente alla conversazione, come singoli, senza divise e loghi. La conversazione aziendale passa solo attraverso le persone.
4. La conversazione prenderà una forma che non dipenderà dalla vostra volontà, dalle vostre linee-guida e dalla vostra pianificazione – a meno che non vogliate farla emigrare altrove. Dove, comunque, di nuovo prenderà una forma non prevedibile.
5. La conversazione può avere tutte le forme e tutti i toni, non solamente colta, non solamente scritta. Può causare stress interno, fatica, perdita di tempo, capacità di accettazione della maleducazione, della stupidità e della malafede, come nella vita reale: se mettete in conto tutto questo fin dall'inizio, potreste poi avere piacevoli sorprese. E se sarete in grado di conoscere davvero la vostra comunità, saprete anche come le persone comunicano e adeguare la vostra voce e il vostro tono.
6. Nell'iniziare una conversazione, gli obiettivi aziendali devono essere in ordine di importanza per la comunità: ricevere un feedback per migliorare il prodotto e incentivare lo scambio diretto di informazioni tra gli utenti. Passaparola e posizionamento sui motori di ricerca verranno di conseguenza al raggiungimento di quegli obiettivi, ma non "sono" gli obiettivi.
7. La pubblicità costerà progressivamente sempre di più di quanto renderà, in quanto normalmente produce solo esposizione, non conversazione.
8. Al saturarsi dello spazio "ricettivo" delle persone, il valore attribuibile all'esposizione tende a zero. Invece di aggiungere ulteriore rumore, è più conveniente insegnare alle persone a filtrarlo, o fornire loro strumenti per farlo – aumenterà la vostra reputazione nella conversazione.
9. Non ha importanza il numero di ripetizioni del messaggio, soprattutto se non volete ascoltare la nostra risposta. Dopo il primo, diventa solo fastidio e rumore di fondo. Immaginate la vostra reazione se qualcuno vi chiedesse più volte la stessa cosa, e poi si disinteressasse della risposta. Uguale.
10. Se la pubblicità viene ancora comprata è solo perché per il direttore marketing è più facile spendere-e-confondere, che cercare di cambiare la cultura aziendale al proprio interno.
11. Ogni nuova forma di pubblicità, la cui apparente superiore efficacia si basa sulla mancanza di antidoti conosciuti e barriere già consolidate dalle persone, raggiunge velocemente il proprio "punto di saturazione". Quindi, se non sei il primo a usarla, e di solito non lo sei, non funzionerà.
12. Solo la conversazione aziendale non ha un punto di saturazione. Supportate spazi di conversazione, anziché spazi per monologhi.
13. In molti settori, la pubblicità sta al mercato come l'EPO sta ai ciclisti. Anche se gli effetti competitivi si annullano reciprocamente – e quindi la loro efficacia è nulla – nessuno rinuncia per primo. Ma attenzione: la conversazione è l'antidoping dei mercati.
14. La vecchia "regola" per cui in fasi di recessione di mercato la pubblicità andrebbe aumentata – e non ridotta – non funziona. Se però sostituite – in quella regola – "pubblicità" con "conversazione" la comunità potrebbe contribuire a trovare nuove soluzioni alla crisi.
15. Rinunciare a ospitare e incentivare la conversazione sul proprio sito significa spingerla a chiedere asilo in territori in cui non avete accesso o influenza.
16. La conversazione produce risultati anche se (o proprio perché) ci sono voci che dissentono o criticano – e anche se (o proprio perché) gli argomenti di discussione non sono decisi da voi.
17. Ogni critica ricevuta è un privilegio: vi ha pensato – e più di quanto voi abbiate pensato a lui. E sarà l'ultima volta, se non aprite un dialogo.
18. Se ancora pensate che "tanto i nostri clienti non parlano tra di loro" può significare che avete perso il contatto con loro, oppure che i vostri prodotti sono insignificanti o terribilmente noiosi – in entrambi i casi, avete un problema.
19. Ogni cosa è commentabile, che lo vogliate o no. Per esempio, pensate se il vostro payoff fosse commentabile: cosa ci scriverebbero sotto le persone? Tenetevi forte: lo è.
20. Chiamare consumatore un cliente è come chiamare un amico ragioniere, non sarebbe un buon inizio.
21. Non riusc22. Se organizzate un evento, il numero di partecipanti non è più fondamentale: considerate invece la qualità della conversazione creata dall'evento.
23. Il valore totale della vostra reputazione dipende più dalla qualità delle relazioni che stabilite nelle vostre conversazioni aziendali che dalla loro quantità.
24. Sì, certo, i blog non contano quanto credono i blogger, ma la conversazione nel suo insieme conta molto di più di quanto possa apparire a prima vista. Cominciate ad aprire un dialogo con le persone appassionate, preparate e interessate, non con quelle che le agenzie di PR considerano influenti.
25. Se inviate campioni di prodotto ai blogger solo per avere un link o creare buzz immediato, e non per iniziare una conversazione a lungo termine o attivare una comunità, state solo invitando a cena per avere un rapporto occasionale. Probabilmente non ne vale la pena.
26. Invece di pensare di "creare" nuove comunità, prendete in considerazione l'idea di incoraggiare quelle che già esistono. Il fatto che siano o meno all'interno del perimetro del vostro web aziendale non ha nessuna rilevanza.
27. Esiste solo una missione sostenibile: migliorare la vita delle persone della comunità di cui fate parte.
28. Investite su ciò che unisce e collega i vostri clienti, non su ciò che li divide: lasciate scegliere a loro a quale segmento appartenere.
29. Non esistono più clienti "top": ognuno di loro potrebbe avere un blog e domani essere al numero 1 di Google con un racconto di come l'avete considerato insignificante. Se aveste aperto una conversazione in precedenza, avreste avuto una possibilità in più di conoscere in modo diverso il vostro interlocutore, e renderlo partecipe anziché antagonista.
30. La media delle idee dei vostri clienti che possono nascere dalla conversazione è ovviamente mediocre, ma contiene sicuramente più di una idea che il vostro dipartimento ricerca e sviluppo non avrebbe mai pensato.
31. Nella vostra comunità troverete persone disposte a usare il proprio tempo libero anche per il vostro brand. Ma non per i soldi, né per qualche concorso a premi. Qual è il vostro progetto per migliorare la loro vita, in modo che possano in cambio darvi una mano?
32. La media dei vostri clienti pensa a voi un centesimo di quanto voi crediate. Fatevene una ragione, l'atto di acquisto non è la loro sola attività, né la più emozionante.
33. Al tempo stesso, però, è possibile trovare qualcuno veramente appassionato del vostro prodotto: parlategli, vivete con lui, "assumetelo". Probabilmente sa cose – sul prodotto, sui clienti, su di voi – che i vostri conduttori di focus group nemmeno immaginano.
34. Potrete essere a conoscenza al massimo del'1% della discussioni che vi riguardano: della maggior parte, quella privata, non saprete mai nulla. Però, se osservate i luoghi in cui le persone conversano – nei forum, in Twitter e in Friendfeed, per esempio – potete capire qual è il sentimento nei vostri confronti senza troppi eufemismi da sondaggio di customer satisfaction.
35. Utilizzate il budget in modo diverso: l'esplorazione, l'ascolto continuativo della rete e la velocità nell'incoraggiare o nell'unirsi a conversazioni o iniziative spontanee è il vostro piano marketing.
36. La perfetta community progettata da un consulente esperto non avrà un vero ritorno, se l'apertura e la trasparenza non sono davvero diffuse e supportate. Create prima le basi per una giusta cultura condivisa, poi le persone troveranno gli strumenti giusti per esprimersi.
37. È giusto bloccare l'accesso al web e ai social network in azienda, se non avete intenzione di partecipare alla conversazione nei prossimi dieci anni – oppure se preferite spendere più avanti cento volte il costo del tempo utilizzato in rete dai vostri dipendenti in formatori e consulenti, che gli insegneranno ciò che avrebbero potuto imparare da soli.
38. La cultura della condivisione non ha nessuna possibile correlazione con il rischio che il vostro concorrente copi le vostre conoscenze. Ha ben altri metodi per farlo.
39. Se credete che i vostri clienti vadano educati, è meglio che iniziate il prima possibile a parlare veramente con loro.
40. Smettere di chiamare "pezzi" i prodotti venduti ai clienti è un buon primo passo di una strategia di marketing diverso. Smettere di pronunciare le parole "parco clienti" è un buon secondo passo.
41. Il danno provocato dal venditore incapace sarà più alto del risparmio che avete ottenuto con il suo contratto a basso costo – chi avrà avuto contatti deludenti, non lo terrà per sé. Se vendete al telefono, ogni trucco vi si ritorcerà contro come passaparola negativo. E no, i report di vendita non tengono conto di questo.
42. Se dichiarate (per esempio) che lo sconto è solo per me e solo per oggi, o comunque approfittate dell'ingenuità delle persone, tenete conto che la conversazione è persistente e la rete tiene tutto in memoria: prima o poi qualcuno viaggerà nel passato per controllare.
43. Se pensate che vendere su internet non fa per voi, perché l'esperienza fisica della vendita per il cliente è ineguagliabile, avete ragione. Altri lo faranno volentieri al vostro posto.
44. Avete veramente bisogno di un sito completamente disconnesso dai network in cui le persone si incontrano? Probabilmente per ogni funzione del vostro sito esiste già una corrispondente "zona di conversazione" in rete. Perché non usare quella?
45. Potete omettere i prezzi dei vostri prodotti sul sito: le persone andranno altrove a informarsi – mentre i vostri concorrenti se li faranno raccontare dal vostro venditore di zona.
46. Se chiedete ai vostri clienti sacrifici, rinunce o lavoro, condividetene lo scopo e i risparmi. Queste sono le vere "operazioni fedeltà".
47. Se provate per una volta a lasciare decidere il prezzo del servizio al vostro cliente, imparerete qualcosa - in ogni caso.
48. Se partite dal presupposto che i vostri clienti cerchino sempre di frodarvi, il danno che deriverà da questa presunzione di colpevolezza sarà superiore al danno reale.
49. Se credete realmente che i vostri clienti sono i negozi o i distributori che rivendono i vostri prodotti, siete nella stessa situazione di un veicolo condotto da un cieco. Fatevi guidare da chi usa davvero i vostri prodotti, ora che potete farlo.
50. Sappiamo che ciò che chiamate "carta fedeltà" è soprattutto un espediente per raccogliere dati su ciò che acquistiamo: se invece condividete con ognuno di noi ciò che vi interessa sapere, a che scopo, e ciò che sapete già, possiamo collaborare. In ogni caso la vostra reputazione migliorerà - e di conseguenza la nostra fedeltà.
51. Spedire carta su carta nelle caselle postali in quanto ha un ritorno comunque superiore al costo, non è direct marketing, è spam. Quindi nel ritorno dell'investimento inserite anche il fastidio di chi lo riceve – e quello dei contatti a cui lo dirà.
52. È ora di rimandare "gli artisti della pubblicità" all'arte, di separare di nuovo creatività e advertising. Le persone dalle aziende si aspettano genuinità e autenticità, non creatività fine a sé stessa.
53. Il non convenzionale è solo un farmaco anti-dolorifico locale nella malattia del marketing: perché faccia effetto ne devi aumentare le dosi ogni volta, ma a ogni applicazione diminuisce la ricettività delle persone.
54. La pubblicità contestuale ai contenuti o basata sul comportamento precedente degli utenti ha un limite intrinseco di rilevanza: che sia il contesto che il comportamento sono "parametrizzati" dalle aziende e non dagli utenti – che conoscono sé stessi meglio di chiunque altro, ovviamente.
55. Far creare pubblicità alle persone è come chiedere loro di suicidarsi: e infatti, di solito, è solo pubblicità di creativi outsider, generata da un tipo diverso di gara.
56. Non illudetevi che non si noti la strana coincidenza dell'intervista al vostro Ceo posizionata qualche pagina dopo la pubblicità del vostro prodotto. Le persone sono più attente ai dettagli di quanto crediate.
57. L'intrattenimento mescolato alla pubblicità funziona molto bene per guadagnare breve attenzione: ma se non si trasforma in conversazione sul vostro prodotto, ha lo stesso effetto del regalare un biglietto del cinema per un film di cui non siete protagonisti.
58. La conversazione può fondersi con l'intrattenimento. Ma difficilmente la vostra idea generata all'interno diventa vera conversazione. Perché non chiedere alle persone come vogliono essere intrattenute?
59. L'advertising interattivo, se non è conversazione, è solo carta moschicida («strato adesivo associato a odore zuccherino»), ma non otterrà ritorni permanenti: ci attaccheremo forse la prima volta, poi ne staremo alla larga.
60. L'unico passaparola con ritorno duraturo vede persone con valori in comune condividere spontaneamente la loro soddisfazione per il vantaggio che hanno dall'uso del vostro prodotto. Ogni altro tipo è intrattenimento o nano-pubblicità.
61. Ogni tanto, un atto di follia spontaneo e disinteressato a favore di un cliente farà più passaparola di qualsiasi attività spinta come virale.
62. Se può rassicurarvi: per la maggior parte, il marketing virale è solo pubblicità con un tocco di product placement: state solo pagando i seeder, anziché gli editori, per l'esposizione.
63. L'ambient marketing – spesso – è solo pubblicità che evade la tassa di occupazione di suolo pubblico, e contribuisce a un ulteriore aumento di anticorpi pubblicitari nelle persone.
64. Le vostre corporate communications guidelines, con i colori Pantone codificati scelti da una società di consulenza per un milione di euro, le specifiche dei millimetri di contorno da lasciare attorno al vostro logo e tutto il resto della vostra comunicazione coordinata, che occupa il 90% del tempo del vostro personale del dipartimento PR e immagine, non interessano a uno solo dei vostri clienti. Non ci credete? Provate di persona.
65. Non per deludervi, ma i vostri sensuali superlativi assoluti, i vostri sinuosi accordi da copywriter attorno ai diversi sinonimi di accattivante, le coreografiche immagini retoriche e gli ammiccanti aggettivi da romanzo Harmony – revisionati con tanta cura per il packaging e nei comunicati stampa – non ci affascinano, non ci incantano, non ci seducono.
66. Quando state per descrivervi come "azienda leader con consolidata presenza sul mercato ecc. ecc." pensatevi per un attimo ad ascoltarvi e provate a non sorridere.
67. Invece, potreste iniziare a descrivere la vostra storia, la storia e la passione delle vostre persone: iniziando da quando la vostra azienda non era solo ROI.
68. Più alzate artificialmente le aspettative – per esempio tramite una tronfia comunicazione unidirezionale – più consumate credibilità e opportunità di passaparola. Forse una volta il bilancio di questa operazione era positivo, ora non più: ciò che promettete è persistente e la delusione è contagiosa.
69. Le possibilità di costruzione di un brand tramite investimenti in comunicazione tradizionale diminuiscono più che proporzionalmente all'aumentare della facilità per le persone di scambiarsi direttamente informazioni.
70. Se pensate che il vostro prodotto non sarà mai così "importante" da indurre le persone a cercare informazioni da fonti indipendenti, forse non state considerando che bastano pochi secondi per cercare il suo nome dal cellulare davanti allo scaffale del supermercato.
71. Il portachiavi o la felpa con il vostro logo in vendita sul vostro sito non aiuta a "costruire" il vostro brand – al massimo aiuta l'industria del merchandising.
72. La vostra reputazione non dipende da quanti sbagli fate. Ma da che tipo di sbagli fate, e da come rispondete a chi ve lo fa notare.
73. L'insuccesso di un tentativo di conversazione non è necessariamente negativo: tutto dipende dal fatto che siate preparati ad apprendere per il futuro.
74. In questi casi la trasparenza è l'unica uscita di sicurezza: in ogni caso, aumenterà la vostra credibilità per il futuro. Tentare di nascondere un errore significa solo aumentare gli interessi sul costo che pagherete in reputazione.
75. Se vi fa sentire meglio potete usare anche il Lei (con maiuscola) nelle lettere impostate dal CRM aziendale. Ma non pensate che serva a migliorare la nostra soddisfazione.
76. Quali siano le domande frequenti, fatelo decidere a chi le vuole fare davvero, quelle domande.
77. Credete che a qualcuno importino di più i secondi che impiegate a rispondere alle chiamate di assistenza o il tono e l'empatia con cui rispondete? Buttate i KPI del vostro call center e ascoltate di persona alcune chiamate.
78. Abbattete il firewall del vostro servizio clienti, e mandate le persone in giro per la rete a rispondere trasparentemente e sinceramente ai problemi descritti nelle conversazioni.
79. È meglio avere un supporto clienti imperfetto basato su persone motivate, che un supporto perfetto svolto da IVR (premi 2 per, premi 3 per, insomma, avete capito).
80. Anziché creare procedure automatiche per proteggere i vostri operatori, fate conoscere le vostre persone ai vostri clienti. Tra persone ci si capisce meglio.
81. Incentivare la prova del prodotto ha sempre e comunque un rendimento superiore al suo costo industriale. In caso la prova avesse esito negativo, almeno avrete imparato qualcosa.
82. Per quanto siano piccoli i caratteri dei vostri contratti (o veloci le note in TV o alla radio) qualcuno riuscirà a ingrandirle (o rallentarle) e condividere l'ingrandimento.
83. Non esiste il prodotto perfetto: anche i vostri clienti lo sanno, inutile mentire, nessuno se lo aspetta. Ciò che si aspettano è invece che lo miglioriate continuamente ascoltando chi lo usa davvero.
84. Fate uscire i vostri product manager dagli uffici e imponetegli di partecipare alla conversazione.
85. Se nei vostri benchmark interni risultate sempre primi, potreste non avete chiesto alle persone quali sono i parametri veramente importanti del benchmark.
86. Scegliete con voi persone che sanno come trovare le informazioni, non quelle che conoscono le informazioni.
87. Le comunità e le conversazioni correlate sono basate sul caos e producono entropia: in questo scenario, un rigido e perfetto piano marketing stilato in anticipo servirà a ottenere un perfetto fallimento.
88. Togliete la parola "marketing" dalle conversazioni, dai siti, dalle brochure, dai biglietti da visita, aiuterà.
89. Semplicemente aggiungere una spruzzatina di "social-media" non servirà a nulla, se poi utilizzate lo stesso schema mentale e le metriche del vecchio marketing pubblicitario.
90. "Campagna" (di marketing) è un termine perfetto: solo non dovrete usarlo nell'accezione del generale, ma in quella del contadino.
91. Non potrete calcolare precisamente il ROI della conversazione della vostra azienda, davvero. Pensate se vi conviene di più esserne parte o meno, di quella conversazione.

Fonte: Businessonline

IL BANNER - LA RISPOSTA SBAGLIATA ALL'OPPORTUNITÀ DEI SOCIAL NETWORK?


Più della metà della popolazione USA userebbe questo tipo di siti (in Italia solo Facebook farebbe 4 milioni di iscritti...).Più del 75% degli iscritti si collega almeno una volta alla settimana e un 57% lo fa quotidianamente.

Più di un terzo passa un'ora o più collegato per ogni sessione. Per l'Italia non ho questi numeri, ma coloro che sono nel mio network sembrano rispettare o superare queste medie... per quello che vale dl punto di vista statistico.
La roba brutta, a fronte di questo diluvio di "pageviews" è che non si clicca sui banner: sempre la stessa ricerca afferma che si interagisce, si socializza, ma non si clicca sui banner; se in media il 79% degli utenti Internet clicca su un banner almeno una volta l'anno (!), sui SN solo un 57% degli utenti ha confessato di averlo fatto.Che il potenziale ci sia, siamo tutti d'accordo, che la strada sia il banner la vediamo sempre più dura.

Un ulteriore elemento di complicazione.

Per sfruttare questi canali di comunicazione si sperava di poter fare la solita poca fatica con qualche bannerino, adesso vediamo che bisogna investire tempo, fatica e intelligenza per sviluppare altre cose, che possano essere engaging per gli utenti, cogliendoli in maniera sintonica ripetto allo stato d'animo, al set mentale in cui sono quando vanno in rete a social networkizzare...

Fonte: Mymarketing.it