venerdì 13 febbraio 2009

LA MARCA? QUESTIONE DI PUNTI DI VISTA


Ed è cosí che i supermercati tedeschi riempiono i loro bancali di pizze surgelate chiamate Italissimo, di vini chiamati Terrilogio, di caffè chiamati Bellarom, di cibi salutistici chiamati Linessa.
Il mercato tedesco degli alimentari è invaso di prodotti dai nomi di marca italiani o per lo meno dalla tale sonoritá. Non sempre questi brand sono nomi realmente esistenti in italiano, anzi il piú delle volte sono veri e propri strafalcioni grammaticali come Capucino scritto senza raddoppio consonantico, Lidea senza accento, Cremissimo anziché cremosissimo, Naturana e non naturale, Tassimo e non tantissimo.
Ma gli errori piú esilaranti si notano non tanto sul piano lessicale quanto piú su quello semantico: un prodotto per la pelle dei bambini chiamato Pelsano farebbe sorridere le mamme italiane, perché richiama il pelo e non la pelle, una tisana chiamata Sidroga le farebbe invece inorridire, quando contrariamente una mamma tedesca la comprerebbe ad occhi chiusi fiduciosa di nutrire il suo bambino con una tisana biologica di origine naturale! Un prodotto erboristico di nome Alverde scoraggerebbe anche le salutiste piú convinte che penserebbero che il prodotto sia tanto costoso da lasciarle appunto “al verde”!

Possiamo notare che l´aggettivo italiano piú usato nel mercato tedesco è “bello”, poiché riassume l´impressione che i tedeschi hanno di “Bella Italia”. E allora via libera a: Bellaris, Mabella, Belinea, Bellmira, Bellagio, Belolive, Belfrutta, Bellina, Belmondo, Bellinda. Agli occhi di un tedesco l´Italia rimarrá sempre il paese del sole, della gente amichevole, delle vacanze, della genuina e buona cucina, della moda e dell´arte, a confermarlo tutti i nomi di marca che richiamano questi concetti: Sanosan, Caravita, Gelita Sol, Nebona, Vitapan, Viva, Amicelli, Giotto, Raffaello, Quadro, Sapori, Amica, Fortuna, Benvenuto, Passionata, Sanetta. In particolar modo la moda è, assieme agli alimentari, la categoria merceologica che piú subisce questo fenomeno di “italianizzazione” del nome. Le aziende tedesche tessili, di moda e di scarpe fanno a gara di chi ha il nome dalla sonoritá piú italiana: Vero Moda, Dinomoda, Madonna, Passionata, Lana Grossa, Belmondo, Borelli, Fortuna.

Se i tedeschi ricorrono a nomi italiani, o che pretendono di esserlo, per arricchire i loro prodotti di tutte le caratteristiche pregevoli che associano all´Italia, gli italiani contrariamente prendono le distanze dalla loro italianitá. Prodotti dai nomi troppo italiani sembrano banali e poco attraenti per un italiano ed è cosí che le aziende ricorrono a nomi stranieri, soprattutto inglesi. Un nome straniero attrae ed incuriosice nel mercato italiano tanto quanto un nome italiano attrae ed incuriosice nel mercato tedesco.
La moda italiana, rinomata e ambita in tutto il mondo, si traveste da straniera in casa sua con nomi come Tod´s, Hogan, Diesel, Gas, Liu Jo, Miss Sixty, Costume National, che danno un tocco di internazionalitá al prodotto suscitando la curiositá di un italiano. Chi direbbe che un´azienda che si chiama Costume National non è francese ma milanese, o che Diesel è un´azienda sorta ai piedi delle Prealpi venete? Ma tutto questo uso di forestierismi comporta ancora una volta problemi dal punto di vista semantico, per esempio Tod´s, rinomata industria di calzature, contrariamente alle aspettative non ha un grande successo in Germania perché il nome non è di buon auspicio, significa infatti “morto”.

Per quel che riguarda i prodotti alimentari, i tedeschi, nostri cugini del nord, in Italia sono famosi soprattutto per la birra e i wurstel (detto all´italiana). Da quanto testimoniano i prodotti che compaiono nei supermercati italiani sono molte le imitazioni italiane di queste due specialitá e hanno nomi che fanno sorridere un tedesco: Wüber, azienda lombarda di wurst, ha chiamato la sua qualitá grande Wüberone e quella piccola Wüberini utilizzando le desineze italiane tipiche dei diminutivi e dei superlativi. Il birrificio Splügen invece una giustificazione al nome tedesco ce l´ha. La birra è prodotta in provincia di Sondrio, vicino al passo dello Spluga (Splügenpass in tedesco) al confine con la Svizzera. Tra la scelta del nome italiano e quella del tedesco, peró, il birrificio non ha esitato a optare per il secondo, quasi a dire “buona come una birra tedesca”.

Infine concludiamo con un nome né tedesco, né inglese, né (come apparentemente sembra) danese: Häagen-Dazs. Il brand name del famoso gelato americano è un nome costruito ad arte, puramente fittizio, dalla sonoritá scandinava. Una tale scelta è stata adottata per far sembrare europeo il prodotto al pubblico americano ed essere associato agli stereotipi europei di tradizione e artigianato. La scelta è ricaduta su un paese scandinavo per veicolare i concetti di freschezza e naturalezza.
Negli esempi che abbiamo segnalato, l´uso di un nome di marca straniero sottintende la volontá di associare al prodotto le emozioni e sensazioni veicolate dal suo paese di provenienza. In questi casi la scelta della lingua straniera è basata sulla buona reputazione del paese che caratterizza il prodotto come originale ed autentico. Ció sottolinea il fatto che a volte a guidarci sono le impressioni e le percezioni che abbiamo nei contronti delle altre culture.

Fonte: MyMarketing

L’adv tra gennaio e novembre '08 è calata del 2,1%


Nel confronto mensile, novembre 2008 su novembre 2007, mostrano un segno negativo tutti i settori ad eccezione di Abitazione e Giochi/Articoli scolastici.


Le aziende attive in pubblicità commerciale nazionale negli undici mesi del 2008 sono 17.395 con un investimento medio di 418 mila euro (-2,8% sul gennaio-novembre 2007).

I Top Spender del periodo sono, nell’ordine: Ferrero, Unilever, Vodafone, Wind, P&G, Tim, Barilla, Volkswagen, Fiat Div. Fiat Auto e L’Oreal.
Queste dieci aziende hanno investito circa 1.211 milioni (+2,4%).

L’analisi per mezzo evidenzia sul progressivo a novembre 2008 un calo del -0,7% della Televisione e del -6,5% della Stampa.

In particolare, i Quotidiani a pagamento registrano il -6,3%, con la Commerciale Nazionale a -10,3%, la Locale a +0,6% e la Rubricata/Di Servizio a -4,2%.
Sui Quotidiani sono in diminuzione gli investimenti delle Auto (-19,5%), della Finanza/Assicurazioni (-19,4%), dei Servizi Professionali (-2,0%) e della Distribuzione (-9,8%).
E’ positivo, ma in rallentamento, l’Abbigliamento (+9,5%). I Periodici sono in flessione del -6,8%, con un deciso calo registrato soprattutto negli ultimi mesi. Tra i settori, è positivo l’Abbigliamento (+2,4%), ma diminuiscono Abitazione (-6,9%), Cura Persona (-13,1%), Alimentari (-11,7%), Oggetti personali (-15,9%) ed Automobili (-16,2%).
La Radio da inizio anno cresce del +3,1%. L’Outdoor registra il -1,8% e il Cinema il -15,7%. Internet ha un incremento del +15,6%, ma il confronto mensile novembre 2008 su novembre 2007 è negativo (-4,2%).

Le Cartoline pubblicitarie raccolgono 6,1 milioni (-3,5%). Si aggiungono al mercato fin qui analizzato gli investimenti pubblicitari sui Quotidiani Free/Pay Press e sulle Tv satellitari. Per City, Leggo, Metro, 24 Minuti ed EPolis il fatturato complessivo è di 128,6 milioni. Per i canali Sky Sport 1, Sky Cinema 1, Sky Cinema 3, Sky Tg 24, Fox, Fox Life, Fox Crime e National Geographic è di circa 81,9 milioni.

Dati The Nielsen Company

lunedì 2 febbraio 2009

SFIDA ALLA RECESSIONE


Come in ogni momento di crisi, l'incubo della fuga degli investimenti agita le giornate dei responsabili media e delle imprese di comunicazione. Le previsioni al ribasso formulate dalle principali strutture sul mercato e dagli istituti di ricerca non lasciano spazio a un grande ottimismo: il 2009 sarà un anno duro per tutti.

Cogliere il cambiamento
Un'azienda in salute, con un bilancio sano, può sfruttare proprio questi momenti di difficoltà del mercato per mettere la quarta nei confronti dei competitor, approfittando anche di eventuali maggiori sconti sui mezzi.
«I momenti di crisi coincidono con nuove scelte di consumo - ha spiegato Attilio Redivo, a.d. di Mediacom, durante l'incontro organizzato dall'Iaa sul tema “Comunicare in tempi di crisi” - che rappresentano opportunità di mercato, suggerendo modifiche ai modelli consolidati di comportamento e alla fedeltà di marca. I consumatori, maldisposti a un ridimensionamento del proprio stile di vita, sono tentati a orientarsi verso comportamenti mirati all'ottimizzazione del portafoglio. Se dunque la crisi rappresenta un grande momento di incertezza, allo stesso tempo è anche un terreno ricco di opportunità per chi le sa cogliere. Il valore del brand è sempre più riconosciuto come un elemento di stabilità. D'altra parte, il ruolo del brand come creatore di valore può modificarsi significativamente durante una recessione. Il marketing deve saper cogliere i bisogni e fornire le risposte ottimali. Il che, durante le recessioni, vuol dire combinare elementi razionali ed emozionali secondo modalità inedite».

Giocare d'attacco e investire in pubblicità in fase di recessione conta su diverse case history di successo, come quelle di Renault Clio o di Haagen-Dazs, che durante la crisi in Uk del '91-'92 è cresciuta del 400%. « Ugualmente importante, ha continuato Redivo, è investire in ricerca, per conoscere l'orientamento delle persone, e misurare i risultati ottenuti. Questi due elementi portano le aziende a prendere delle decisioni consapevoli in un momento in cui le persone sono alla ricerca spasmodica di conferme o nuove l'assicurazioni ».
Secondo Redivo, in tempi di crisi i vantaggi a investire sono riscontrabili anche in termini di effetti cognitivi, affettivi e conativi della comunicazione. II minor affollamento garantisce, ad esempio, una maggiore efficacia ed efficienza degli investimenti. Sul piano comportamentale, investire in tempi di recessione può significare difesa della marginalità, grazie a un minor peso delle vendite in promozione, una maggiore fedeltà di acquisto, e sinergie più forti con la distribuzione. A sottovalutare le potenzialità degli investimenti anticiclici sono, secondo Remo Luchi, a.d. di Gfk – Eurisko, anch’egli relatore all’incontro dell’Iaa, tutte quelle aziende che hanno sostituito il loro spirito imprenditoriale con quello finanziario. Il ricercatore ha puntato il dito contro una classe di manager ossessionata dai numeri, che preferisce muoversi con azioni sul breve periodo, disinteressandosi di quelle più strategiche e sane per il futuro.

Oceani rossi e blu
«Questa filosofia d'impresa solo tattica - ha detto Lucchi - allontana le aziende dalla navigazione negli “oceani blu”, così chiamati perché consentono ai marchi di navigare in tranquillità. Strategie a breve termine conducono invece all'“oceano rosso”, un mondo competitivo guidato solo dalla lotta sul prezzo. Questa logica industriale, condizionata da report trimestrali se non mensili, innesca una serie di “ridimensionamenti” per poter abbattere i costi, che si ripercuotono sui portafogli delle aziende dell'indotto, che rappresentano le grande maggioranza in Italia, e in quelle dei lavoratori che rallentano i consumi». Un problema culturale che colpisce in modo particolare l'Italia, Paese lontano dai centri decisionali dei grandi spender pubblicitari, ma che, grazie al patrimonio di piccole e medie imprese, potrebbe riscattarsi riscoprendo lo spirito imprenditoriale di una volta.

Fonte: Pubblico

FARE CULTURA CON LE PR. MISSIONE POSSIBILE!


Le pubbliche relazioni hanno un ruolo fondamentale nell’immagine del territorio e nella sua politica di sviluppo e il loro impiego a servizio del marketing territoriale è sempre più attuale e ricorrente.
L’applicazione delle regole di marketing ai contesti ambientali ed economici che ci circondano spinge un numero crescente di aziende e operatori a ragionare in un’ottica di analisi dell’offerta del territorio, osservandola dai diversi punti di vista o potenzialità per stabilire un piano per migliorarla, affinarla, portarla a conoscenza di tutti. Soprattutto perché il processo di globalizzazione e l’ingresso sulla scena economica e commerciale mondiale di nuove aree geo-economiche ha aumentato la competizione tra i territori.

L’approccio a un progetto di valorizzazione di territorio, dal punto di vista strategico, non è diverso da ogni altro piano di marketing. Quel che cambia è il prodotto: il territorio è un’impresa su cui investire, un vero e proprio soggetto economico che opera in un ambiente altamente competitivo. Spiega Linda Bulgheroni, Managing Director di Weber Shandwick: “I passi da compiere non si discostano molto da qualsiasi pianificazione di marketing, seppur in presenza di una maggiore complessità: l’individuazione delle unicità della geografia che verrà offerta ai potenziali visitatori, che non può prescindere da un’analisi degli insight sui bisogni dei visitatori (attuali e potenziali) e dal posizionamento delle destinazioni competitor; l’individuazione delle miglior politiche di prezzo, dai costi delle strutture ricettive ai ticket di ingresso delle attrazioni…; la definizione del rapporto del luogo con i potenziali mercati di riferimento e le politiche di promozione e comunicazione.

"Come in ogni piano di marketing, fondamentale è poi procedere al monitoraggio e alla revisione degli obiettivi di sviluppo individuati". Precisa Marco Pavarini, Direttore Generale di Binario Comunicazione: “Essere dentro al territorio è la prima condizione da soddisfare per portare avanti un progetto di marketing territoriale efficace; ciò significa anche mantenere un contatto di relazione stretta con le istituzioni e con gli attori che per primi sono attivi sul territorio creando flussi comunicativi. Solo in questo modo è possibile identificare ogni opportunità economica, culturale, sociale per mettere in evidenza la propria identità. È altrettanto necessario saper leggere il territorio attraverso i suoi abitanti, capirne gli aspetti socio-culturali. A questo deve seguire una costante e aggiornata conoscenza delle peculiarità espresse da un’area geografica, sia reali sia percepite dai target di riferimento”.

Il ruolo della comunicazione nella promozione del territorio
In questo scenario, la comunicazione è uno degli strumenti strategici per incrementare il valore del territorio, comunicarne le ricchezze, trasmettere le vocazioni e le opportunità imprenditoriali dello stesso. Identificare il vantaggio competitivo di un territorio e imparare a renderlo comunicabile è un processo necessario per valorizzare e rendere cumulabili le risorse dei luoghi. La comunicazione deve quindi informare in modo accessibile a tutti e diffondere gli obiettivi, le finalità e gli sviluppi del piano di marketing territoriale per creare una condivisione delle nuove visioni, individuando varie metodologie di comunicazione - istituzionale, mirata, di massa - in relazione ai soggetti e ai contenuti. Nella promozione di un territorio, per far suscitare interesse si creano spesso dei “contenitori tematici” in cui vengono inseriti dei contenuti e degli strumenti mirati a coinvolgere soggetti con passioni ed interessi comuni.

Marco Pavarini spiega: “La richiesta di consulenze e progetti di marketing territoriale si sviluppa con costanza; lo vediamo dalla sempre crescente attenzione per il territorio e il fiorire di molti progetti in cui l’attore principale è il patrimonio e l’ambiente. Pensiamo solamente al mondo che si è creato intorno all’espressione slow food, all’attenzione che i media dedicano alla scoperta di piccole e uniche eccellenze territoriali. L’arte, l’enogastronomia certificata, le peculiarità ambientali diventano un marchio di riconoscimento indelebile per borghi e paesi, regioni e città. Tutto questo è marketing territoriale, nato in modo inconsapevole alle sue origini, oggi sempre più presente nella politica di gestione del patrimonio italiano.

In Emilia-Romagna le istituzioni sin da subito ne hanno colto l’importanza investendo nei processi di valorizzazione delle proprie ricchezze. Si è da tempo sviluppato tra le aziende e le istituzioni un approccio attento al territorio di riferimento visto non solo come parte del bacino di utenza ma vero e proprio attore ed interlocutore nei processi gestionali. Binario ha fatto della competenza in questo ambito il suo elemento di forza: "stiamo lavorando da anni con le aziende e con le istituzioni del territorio emiliano nell’individuazione di strategie di comunicazione volte alla valorizzazione di progetti territoriali, alla creazione di sistemi relazionali forti tra gli stakeholders. Aver operato qui, in un territorio con la vocazione all’eccellenza conosciuto nel mondo per le sue ricchezze eno-gastronomiche e culturali, per noi è stato un laboratorio di sperimentazione unico che ci ha permesso di accrescere il nostro know how replicabile in altre aree a livello nazionale".

Fonte:Advertiser

IL PRODUCT PLACEMENT FUNZIONA ANCORA? C'È CHI DICE DI NO


Il Product Placement è da anni uno strumento importante per la promozione di marche e prodotti, attraverso l'inserimento dei "simboli"appropriati all'interno di fim o serial TV.

Ha raggiunto apici di importanza tali che alcune grandi marche avevano (o hanno ancora?) un ufficio permanente ad Hollywood, con l'esclusivo compito di negoziare accordi con le major per l'inclusione dei propri prodotti nelle più importanti produzioni.

In tempi di vacche magre e di advertising classico nel mirino, il placement si ritrova sotto i riflettori, nella speranza sia un modo per aggirare la disattenzione, il disinteresse o semplicemente il fatto che l'adv spesso non raggiunge nemmeno più il target.

In questo scenario potenzialmente favorevole al placement è entrato a gamba tesa Martin Lindstrom, noto esperto di branding e comunicazione (una vera star, nel suo piccolo) che nel suo recente libro "Buyology"riporta i risultati di esperimenti sull'efficacia del placement sui neuroni della gente (vedi alla voce neuromarketing).

Attaccando (in estrema sintesi) dei volontari ad un elettroencefalografo è stato dimostrato (su un campione di 2000 casi) che il placement non funziona (più) nella maggior parte dei casi, non portando ad un aumento del ricordo della marca (resta poi davero da vedere se a livello ultra sub-conscio/sotterraneo un qualche effetto subliminale ci posa essere anche in assenza di ricordo, ma appare una teoria un tantinello improbabile).

L'eccezione sarebbe rappresentata da quei casi in cui la marca è funzionale alla storia, è fortemente integrata nel plot narrativo... quello che si chiama product integration - dove marca o prodotto non sono una presenza più o meno casuale, ma sono un componente di fondo della storia (pensate ad es. se gli amici di "Friends"si fossero ritrovati in uno Starbucks invece che al "Central Perk"....).

Fonte: Mymarketing

INTERNET E GIOVANI: COME SONO I COMPORTAMENTI, LE SCELTE E I CONSUMI DI COLORO CHE SONO NATI CON LA TECNOLOGIA E LA RETE WEB?


«Laddove i miei genitori un tempo lamentavano soltanto di doversi destreggiare tra massicce quantità di email, oggi abbiamo raggiunto lo stesso eccesso nei messaggi scambiati su Facebook, Twitter, Pownce, LinkedIn eccetera eccetera. Quali sono le implicazioni del miscuglio continuo tra socializzazione e lavoro? E come porsi di fronte a tutto ciò?».

«Ho davvero bisogno di controllare la email in autobus? Devo esserne inseguita finanche nella mensa universitaria? O in palestra? La natura pressoché infinita di Internet ha creato un sovraccarico d'informazione e la proliferazione dei siti disocial networking sta portando a un analogo overload».
Queste un paio di battute, in cui molti di noi si riconosceranno, riprese da Born Digital: Understanding the First Generation of Digital Natives, libro di recente uscita negli Stati Uniti. Il progetto prevede anzi utili appendici online dove discutere e ampliare continuamente le tematiche ivi affrontate.

Un testo che va a completare il trittico di pubblicazioni rilasciate nel 2008 per il decennale del Berkman Center for Internet & Society (Harvard University), a compimento di altrettanti studi cruciali per comprendere e partecipare al meglio i molteplici aspetti di un pianeta digitale in costante mutamento. Gli altri due volumi sono Access Denied: The Practice and Policy of Global Internet Filtering e The Future of the Internet. And How to Stop It.
L'indagine, la prima di respiro internazionale, dal di dentro e trasversale, è curata da John Palfrey e Urs Gasser, rispettivamente direttore esecutivo e docente associato del Berkman Center. I quali hanno intervistato, in situazioni formali e meno formali, centinaia di giovani di ogni parte del mondo sulle tecnologie maggiormente utilizzate, sul modo di esprimere la propria identità online, su come vedono la privacy e la sicurezza personale, su molteplici dettagli delle loro esperienze digitali quotidiane.

Oltre ad aver seguito svariati siti e blog, parlato con esperti e addetti ai lavori, riesaminato la letteratura precedente e scambiato centinaia di email con un ampio giro di collaboratori. Punto cruciale del lavoro, chiarisce l'introduzione, è «porre nella giusta prospettiva elementi positivi e negativi del quadro generale, offrire interpretazioni contestualizzate, suggerendo al contempo quel che ciascuno di noi (genitori, insegnanti, dirigenti, legislatori) può fare per contribuire a questa straordinaria transizione verso una società connessa a livello globale, anziché bloccarne lo sviluppo».
Già perché, nonostante l’ampia penetrazione della Rete, restano diffuse e tutt'altro che striscianti le manovre tese a imporre il bavaglio o rendere difficile la vita ai netizen – dall'Italia (dove vigono tuttora i decreti Urbani e Pisanu, e prosegue la discussione del disegno di legge Levi-Prodi) alle palesi censure, galera inclusa, per vari blogger in Egitto, Cina e altri Paesi.
Abbiamo così un osservatorio necessario e privilegiato sulla prima generazione di nativi digitali: ragazzi nati sul finire del decennio 1980-1990, cioè negli anni in cui acquistarono ampia visibilità (quantomeno negli Stati Uniti) Usenet, le Bbs e soprattutto la email, seguite dal debutto del World Wide Web nel 1991 e non molto tempo dopo dall'arrivo dei primi blog.
Una sostanziosa fetta di “popolazione” digitale – non “generazione”, come spesso viene definita a torto, visto che complessivamente appena un miliardo di persone ha accesso alle tecnologie digitali, sugli oltre sei miliardi che popolano il pianeta Terra, altro elemento importante questo per dare giusto contesto all'intero scenario. Si tratta cioé di giovani cresciuti fin dalla nascita con e dentro gli ambienti virtuali, e che da poco sono diventati maggiorenni.
Ne consegue, ci ricordano gli autori, che presto il mondo intorno a loro, soprattutto quello occidentale, «sarà costruito in base alla loro immagine: l'economia, la politica, la cultura e perfino la struttura della vita famigliare ne verranno trasformate per sempre».
Per un riscontro d'attualità, non è un mistero come la stessa elezione di Barack Obama sia dovuta in parte all'accorto impiego di tali tecnologie, coinvolgendo così come non mai (tanto rispetto all’attivismo online quanto per l’affluenza alle urne) proprio quelle masse giovanili che ne sono target e utenza preferiti.
Senza dimenticare l’estrema utilità del servizio attivato all’uopo da Twitter, con rapide battute diffuse senza soluzione di continuità da migliaia di individui di ogni parte del mondo. Oppure i rilanci del tantissimi volontari che danno vita al circuito di Global Voices Online e che nella recente Election Night statunitense hanno prodotto una stimolante chat senza frontiere, fornendo altresì panoramiche più ragionate sulle opinioni dei netizen del mondo riguardo le stesse elezioni.
Citando più volte le potenzialità del giornalismo partecipativo di Global Voices, Born Digital dedica poi un intero capitolo all'attivismo politico, dal ricorso diffuso ai cellulari per organizzare la protesta nelle turbolenze post-elettorali della scorsa primavera in Kenia alla rivoluzione arancione in Ukraina del 2004-2005.
Per poi analizzare più a fondo, ovviamente, i recenti trend statunitensi mirati a stimolare la partecipazione civica grazie agli strumenti del Web 2.0, partendo dall'era post 11 settembre e fino alle ultime due tornate presidenziali, ribadendo i primi successi della raccolta-fondi e della mobilitazione online della campagna Obama.

E mentre è di norma aderire ai “recinti dorati” delle reti sociali, preoccupandosi ben poco della privacy, un numero crescente di nativi digitali non esita poi a ricorrere ad applicazioni ad hoc quali Taking-ITGlobal, Youth Noise, Zaaz, esterne ma ben innestatate sul popolare Facebook, ad esempio. Cercando di stare attenti a non prendere il dito per la luna che indica, confondendo mezzi e fini.
Fra i vari gruppi di studio illustrati (creativi, pirati, innovatori ecc.), il capitolo “learners” analizza le trasformazioni dell’ultimo decennio nell’ambito dell’apprendimento inteso nel senso più ampio. Partendo con lo sfatare una serie di luoghi comuni: «Notando che i nativi digitali non leggono giornali e riviste, ma assorbono le notizie per l’intera giornata navigando tra vari siti web, molte persone meno giovani ritengono che la loro compresione dei fatti sia superficiale e limitata ai titoloni.
Impressione sbagliata, perché sottovalutano la prodondità della conoscenza che i nativi digitali apprendono dal web e l’interazione costruttiva con l’informazione». Importante anche il suggerimento, per le aule scolastiche di ogni ordine e grado, di impiegare non maggior tecnologia bensì di usarla in maniera più efficace e mirata.
E così come la televisione non ha stravolto la didattica, lo stesso dicasi per Internet. Purché la si usi come strumento per «collegare sempre meglio la scuola del futuro al mondo esterno, per fare in modo che gli studenti continuino a imparare dentro e fuori dell’aula».

Genitori e insegnanti sono sulla linea del fronte, insomma, hanno le maggiori responsabilità e svolgono un ruolo cruciale, insistono Gasser e Palfrey, ma fin troppo spesso non sono per nulla coinvolti nelle decisioni dei giovani. Ergo, è imperativo continuare le sperimentazioni – come accade per fortuna anche in Italia.
Posizioni forse scontate? In parte, almeno per quanti seguono regolarmente queste pagine web. Ma va ricordato che il libro vuole porsi primariamente come guida pratica e intelligente al mondo nuovo del digitale e alla sua complessa popolazione, dove trovano spazio anche i colonizzatori più anziani di primo pelo e le continue frotte di immigrati.
Puntando a trovare un equilibrio continuo fra la corsa al gadget o al social network dell’ultima moda e la necessità per ciascuno di noi - legislatori ed educatori, genitori e professionisti – di comprendere il digitale odierno per dar forma al suo futuro. È anzi questo gap partecipativo che gli autori individuano come rischio più cogente e pericoloso: col passare del tempo, il prezzo dell'inazione partecipativa sarà ben maggiore di quanto possiamo immaginare o sostenere come società.

Fonte: Business on line

Facebook: famiglia d'adozione per 4 milioni di Italiani


Oltre 4 milioni di italiani usano Facebook: all'inizio dell'anno erano 100mila, prima dell'estate poco più di mezzo milione, in settembre erano raddoppiati e in altri due mesi sono raddoppiati di nuovo.
Una moda? Un segnale profondo? Un cambiamento radicale? Di certo, è un fenomeno che impone una riflessione: perché sta urlando qualcosa, ma non è facile distinguere quello che dice. E questo libro è anche un tentativo di capirlo.
Facebook è certamente una moda, ma diversa dalle altre. Un'analisi della relazione tra la crescita degli abbonati italiani a Facebook e gli articoli dedicati a questo social network dai media tradizionali, pubblicata su Nòva il 27 novembre 2008, dimostra che gli italiani sono andati su Facebook indipendentemente dai canali che di solito alimentano le mode. Ci sono andati per passaparola. Il boom di Facebook è un fenomeno che appartiene alle persone che lo stanno vivendo.

Che cosa ci dicono? Evidentemente, milioni di persone trovano in Facebook una risposta a un bisogno. Quale? La risposta è nella stessa struttura di Facebook, definita dalla sua parola chiave: "amici". Il bisogno è proprio quello di recuperare relazioni personali o almeno simulazioni di amicizia. È il bisogno cui rispondono in modo diverso i social network, da Twitter a MySpace, i siti di condivisione da Flickr a YouTube, i media sociali, dai blog a Wikipedia. Nell'insieme, non sono tanti piccoli media ma un unico grande medium fatto di persone che si esprimono e si connettono. Un medium a rete, diverso dai media gerarchici nei quali i produttori di contenuti sono da una parte e i fruitori dall'altra: qui, invece, i fruitori e i produttori sono dalla stessa parte, sono un grande pubblico attivo. La partecipazione a una rete di persone può rivelarsi molto gratificante, come dimostrano le ricerche degli "economisti della felicità", da Richard Easterlin al premio Nobel Daniel Kahneman. E, sebbene l'"amicizia su Facebook"sia un concetto ben diverso da quello di "amicizia" tout court, riesce almeno ad alludere a quel genere di gratificazione.

Sulla base della metafora dell'"amicizia su Facebook", il servizio creato da Mark Zuckerberg è riuscito a convincere più di altri, superando MySpace, riassorbendo innovazioni sviluppate da altri - video, foto, chat, posta, status update, condivisione di link - e sviluppando una piattaforma che offre spazio ai programmatori di applicazioni divertenti e utili, dalla segnalazione di eventi agli strumenti di aggregazione sociale, dai giochi ai test, dalla pubblicità all'e-commerce.
Il successo, in questi casi, è figlio del successo. L'effetto-rete è la dinamica per cui quando molte persone usano uno strumento per connettersi, altre sono invogliate ad adottarlo. E Facebook sta volando sulle ali dell'effetto rete. È un cambio radicale nell'uso di internet?

La storia di internet è stata anche un'evoluzione delle piattaforme per l'espressione e la connessione delle persone. Dall'epoca della pubblicazione di pagine in linguaggio html al tempo dei blog, la progressiva semplificazione delle attività necessarie alla pubblicazione ha moltiplicato gli utenti attivi. E quella quantità ha avuto effetti qualitativi importanti sul sistema dei media. Con Facebook, il pubblico attivo fa un altro salto quantitativo e, dunque, qualitativo.
È improbabile che questo sia il punto di arrivo. È invece probabile che, anche grazie a Facebook, si assista a un'integrazione più intelligente tra le diverse dimensioni mediatiche. Se Facebook accelera la crescita del pubblico attivo alimentandosi delle relazioni tra le persone, non è forte nella costruzione di un'agenda interpretativa. Che continua ad arrivare piuttosto da altri media, come tv, libri e giornali, che infatti chi usa Facebook spesso cita e riprende. Ma i media tradizionali non possono più far finta che la rete non esista.

La rete è ecosistema dell'informazione. Vive di infodiversità. E tra le molte specie che la popolano quelle che vivono meglio sono in simbiosi con le altre. Lo stesso successo di Facebook, una piattaforma di proprietà di un'azienda, potrebbe andare in crisi adottando una strategia di conquista aggressiva. Chi voglia prosperare nel contesto della rete dovrà invece concentrarsi soprattutto su una questione: come mettersi al servizio dell'insieme.
Fonte: Il sole 24ore.com