TrendLounge realizza il nuovo materiale comunicativo per la stagione AI 09-10 della linea Dodipetto e Mignolo, brand di abbigliamento per bambini dell’Azienda Miniconf Sr.l.
mercoledì 1 luglio 2009
HorizonMedia
Al via lo studio di una strategia web marketing per Riunite&Civ, che recepisce l’importanza del progetto e ne sposa l’idea.
lunedì 25 maggio 2009
Murdoch studia micropagamenti per le news su internet

Dalle parole ai fatti. Un mese fa Rupert Murdoch aveva annunciato che l'era dell'informazione gratuita sul web era finita. Ora il magnate dell'impero multimediale NewsCorp, dal Wall Street Journal alla Fox News, dal Times di Londra a Sky, ha costituito un squadra di manager, da lui guidata, per mettere a punto una piattaforma che raccolga le notizie contenute nei suoi siti online, cui accedere con un sistema di micropagamaneti per ogni singolo articolo letto.
È quanto ha scritto il New York Post, altra testata della galassia Murdoch, secondo cui della squadra fa parte il figlio James, l'amministratore delegato di Dow Jones Les Hinton e da Jonathan Miller, quest'ultimo ex numero uno di Aol, ora responsabile delle operazioni digitali di NewsCorp.
Secondo le indiscrezioni l'obiettivo è creare un dispositivo 'proprietario' simile a 'Kindlè, il lettore elettronico di Amazon, che contenga le informazioni fornite dal Wall Street Journal e dal New York Post, e anche i prodotti delle divisioni cinematografica e televisiva di NewsCorp.
Così Murdoch ritiene di porre fine al processo di auto-cannibalizzazione che ha finora portato le grandi testate della carta stampata a farsi concorrenza gratis sul web. Finora infatti il teorema che la pubblicità online avrebbe ripagato gli introiti delle mancate vendite in edicola si è rivelata una chimera. Quando due anni fa il tycoon australiano naturalizzato cittadino Usa acquistò il Wall Street Journal aveva deciso di rendere completamente gratuito il sito web della bibbia della finanza, peraltro uno dei pochi a pagamento. Quando però capì, conti alla mano, che la mossa avrebbe portato in rosso il bilancio, fu costretto a una precipitosa marcia indietro. La controprova è fornita dal New York Times, la preda più ambita da Murdoch, che malgrado i 146 milioni di contatti nel 2008 non è riuscito a far fronte alle spese.
Murdoch è corso ai ripari anche attraverso un operazione di ricambio ai vertici dopo l'addio di Peter Chernin come numero due del gruppo: da Aol è arrivato Jonathan Miller come supervisore l'area dei media digitali. Tra l'altro è stato chiamato un veterano di Fox News, John Moody, a guidare una nuova divisione il cui obiettivo è incrementare l'utilizzo di articoli che possano essere utilizzati in contemporanea dalla setssa Fox, dal Wall Street Journal, fiore all'occhiello sul fornte della carta stampata, e del britannico Times.
Presentando i conti del trimestre Murdoch ha detto di non essere interessato a rafforzare ulteriormente il proprio impero con l'acquisizione di quotidiani. Il tycoon, che sembra così volere escludere l'interesse per il New York Times, in seria crisi economica, ha ribadito che il modello tradizionale di quotidiano «deve cambiare».
News Corp ha chiuso il terzo trimestre con un utile netto pari a 2,73 miliardi di dollari, o 1,04 dollari per azione, in progresso rispetto ai 2,69 miliardi dello stesso periodo dell'anno precedente. Il giro d'affari si è attestato a 7,37 miliardi di dollari, al di sotto delle attese degli analisti, che prevedevano 7,65 miliardi. Anche per NewsCorp tagli di costi, senza escludere le tv del gruppo, per fare fronte al calo della pubblicità.
Le concorrenti Time Warner, Disney e Viacom hanno seguito la stessa strada e hanno operato una stretta dei costi oltre a tagli di posti. La controllata Sky Italia ha chiuso il terzo trimestre con un utile operativo pari a 63 milioni di dollari, in calo rispetto ai 97 milioni dello stesso periodo dell'anno precedente.
Fonte: Il sole 24 ore
L’Adverstising risponde alla crisi

Il presidente di Assocomunicazione Diego Masi ci illustra come il mondo della pubblicità sta reagendo di fronte alla recessione in atto.
La crisi che ha travolto l'economia globale non ha lasciato indenne il mondo dell'advertising. Gli investimenti diminuiscono ed il mercato cambia. Televisione, radio e carta stampata sono ancora i mezzi preferiti ma i nuovi media, internet in particolare, stanno avanzando prepotentemente. In questo scenario di grandi mutamenti Upa e Assocomunicazione hanno organizzato il summit " Tutto cambia, cambiamo tutto" per capire come rendere la comunicazione un prodotto capace di rimettere in moto l'economia. Per saperne di più ne abbiamo parlato con Diego Masi, dallo scorso dicembre presidente di Assocomunicazione.
Dott. Masi, può anticiparci i temi e gli obiettivi che vi siete proposti con il convegno " Tutto cambia, cambiamo tutto"?
Questo summit arriva al momento opportuno perché siamo in una fase particolare ed occorre analizzare come sta cambiando e come cambierà il mondo della comunicazione.
L'obiettivo è fare il punto sulle situazioni che sono in stallo, Gli invitati sono persone che ci parleranno di esperienze innovative, soprattutto dall'est, senza dimenticare le problematiche dei media italiani. È vero che nei momenti di crisi si presentano grandi difficoltà, ma si aprono anche nuove prospettive. Quindi vogliamo presentare ai nostri associati tante potenzialità che si potrebbero sfruttare di più ed immaginare gli scenari della comunicazione post crisi.
Quali sono le principali differenze tra il mercato pubblicitario italiano e quello degli altri Paesi?
Rispetto all'estero, nel mercato italiano dell'advertising, c'è un maggior utilizzo dello strumento televisivo, un fenomeno storico che l'Italia ha sempre avuto e una certa arretratezza verso i nuovi media.
Uno dei temi del convegno sarà l'evoluzione della relazione tra impresa, marca e consumatore. Cosa può dirci in proposito alla luce dei cambiamenti economici in corso?
Con questo summit ci proponiamo una riflessione seria sulle necessità di cambiamento che i nostri settori dovranno avere alla luce della crisi economica. Siamo di fronte ad una crisi di sistema e non recessiva. Sono convinto, infatti, che terminata questa crisi le cose non torneranno come prima ma saranno notevolmente diverse. Stiamo andando verso cambiamenti energetici, finanziari e comunicazionali. I consumatori, ancor più di oggi, vorranno avere un'informazione seria invece di comunicazione slogan. Presto sarà messo in discussione il modello storico di decenni e decenni seguito ancora dalle agenzie di pubblicità.
Pubblicità e nuovi media: come sta cambiando il modo di comunicare in base ai trand attuali?
La tendenza di Internet è sotto gli occhi di tutti. Per nuovi media, infatti, intendiamo in particolare internet, il mobile, i telefoni. È un sistema di interattività che sta travolgendo il sistema di comunicazione. Per esempio, la comunicazione statica in futuro avrà sempre minore spazio. Ormai si cerca l'interazione, lo scambio, la risposta immediata. Un po' quello che capita attualmente con i siti, i blog, i forum e le chats.
I giovani già comunicano così ed il futuro sono loro. Siamo in una fase di transizione perché esistono ancora persone che usano poco la rete, ma le agenzie sono già orientate verso questo mondo.
Quali sono stati i media che hanno registrato il maggior sviluppo nell'anno appena trascorso?
Come sviluppo percentuale senz'altro internet. Però, nonostante questo grande incremento, si tratta di numeri ancora esigui rispetto agli investimenti verso i media tradizionali. La pubblicità in Italia è orientata al 55-60% verso la televisione, mentre internet attira appena il 2-3%.
Come valuta l'andamento del mercato pubblicitario negli ultimi mesi del 2008 e nei primi del 2009?
In discesa, le aziende risentono della crisi ed investono meno. Stanno cercando di capire come andranno i mercati il prossimo anno e quindi sono alla finestra. A mio avviso si tratta di un errore perché di fronte ad una crisi il tono di voce si abbassa e anche parlando piano si attira l'attenzione. Se io fossi un'azienda investirei nella share of voice, ovvero la quota di voce. Una quota di voce che normalmente sarebbe inascoltata in mezzo ai grandi investimenti, oggi avrebbe notevole risonanza. Se immaginiamo un collegamento tra quota di voce e quota di mercato, oggi le aziende hanno la possibilità di implementare la propria quota di mercato con investimenti minori rispetto al passato.
Alla luce delle nuove tecnologie che rivoluzionano quotidianamente il mercato della comunicazione, come immagina il mondo dell'advertising tra qualche anno?
Molto diverso da come è adesso. Diverso in particolare sui mezzi utilizzati: ci sarà un decremento delle televisioni ed un incremento dei mezzi interattivi, di internet e di ciò che passerà su internet. Per esempio la web-tv sarà uno strumento sempre più diffuso. Sul piano dell'offerta verrà premiata la multidisciplinarietà. Guadagneranno spazio quelle agenzie che saranno in grado di interpretare tutte le discipline che servono per dare risalto al cliente: pubblicità, promozioni, marketing digitale, ovvero tutte le forme di comunicazione.
Quali sono le principali novità che ha portato con la sua elezione in Assocomunicazione?
Ho introdotto tante innovazioni. La principale è la preparazione della legge sulle gare pubbliche. Finora le gare pubbliche nel nostro settore sono state gestite con la legge sui grandi appalti, Qui siamo di fronte ad un assurdo perché viene usata per una campagna di comunicazione la stessa legge prevista per l'appalto del ponte di Messina. Abbiamo commissionato un testo di legge per regolamentare la materia che stiamo cercando di far presentare in Parlamento. La risposta delle istituzioni è stata buona, si è capito che abbiamo bisogno di una normativa che disciplini esclusivamente il nostro settore.
Fonte: Assocomunicazione
Che tecnologia di social media dovreste scegliere? Dipende dai vostri obiettivi…
Torniamo ancora sul tema dei social media (ma di fatto anche del web in genere) per una riflessione semplice ma essenziale: che tecnologia scegliere.
La risposta è tanto semplice quanto poco considerata: dipende.
Dipende da che cosa?
a) Dai vostri clienti: se il vostro consumatore tipo è molto attivo sui forum è lì che dovete andare ad agire, se invece è un lettore di feed rss che non scrive mai nulla ma consulta molti siti dovrete dargli news e aggiornamenti. E così via.
b) Dai vostri obiettivi: se state facendo un progetto sul web dovete capire, sulla base di chi sono i vostri clienti, che potete pensare ragionevolmente di ottenere.
c) Dalla strategia che mettete in campo per raggiungere i vostri obiettivi.
Il percorso tipo delle aziende è invece quello di costruire i progetti attorno da una tecnologia, restandone poi prigioniera.
Inoltre sul web gli strumenti evolvono velocemente e passano, mentre le relazioni restano.
Tutte le tecnologie, secondo il noto ciclo di Hype, vivono un momento di euforia che poi porta ad una disillusion ed un assestamento, non bisogna quindi affidare solo agli strumenti lo sviluppo delle relazioni ma bisogna servirsi di essi per sviluppare reali e proficui rapporti.
Le relazioni, infatti, sono il nuovo vantaggio competitivo e saranno in grado di passare da una piattaforma all’altra traendo il meglio da ciascuna (ricordiamoci che il networking precede, in termini temporali, il web 2.0).
Fonte: Mymarketing.it
giovedì 26 marzo 2009
Twitter, l'anti-Facebook che piace tanto a Google

Ha per simbolo un uccellino, vuol dire "cinguettio": è un social network di sms, mail e messaggi. Dal 2006 ha messo insieme sei milioni di utenti.
Piace a Barack Obama, e a Britney Spears. Il presidente ci ha fatto campagna elettorale, lei l'ha usato per parlare di frullati e paparazzi. Entrambi sono stati ugualmente brevi: centoquaranta caratteri non uno di più. I loro messaggi sono passati sulla piattaforma di microblogging Twitter, dove tutto ruota attorno alla domanda: "Che stai facendo adesso?". Si risponde con sms, messaggeria istantanea, e-mail, feed RSS. Subito, sull'onda. "Utente cucina strepitosa torta di mele". Sei milioni di utenti registrati dal 2006 quando è nato. Facebook ha cercato di comprarlo, ora è Google che si fa avanti. Perché tanto interesse?
Mentre uno chef entusiasta del New Jersey infornava il suo dolce, dall'altro capo del mondo "utente in hotel Mumbai è sotto attacco terroristi". Ottanta messaggi ogni cinque secondisono partiti da testimoni dell'attentato nell'albergo indiano nel novembre scorso. Cronaca per istantanee, flash di informazioni, socialità e business, amicizia e politica. Durante il discorso di insediamento di Obama, con perfetto contrappasso mediatico, una ventina di senatori e oltre 60 deputati hanno digitato per fare i loro (non sempre elogiativi) commenti.
Ecco, in poche parole Twitter è molto. Un po' Facebook, ma più leggero e immediato. Spartano nella grafica come Google, ma adesso: non archivia notizie, le dà subito. È social network, mette in contatto. Ma anche microgiornalismo, haiku di articoli che possono persino cambiare il corso degli eventi. Come appunto a Mumbai, o a New York: "utente su aereo vittima di bird strike atterra sull'Hudson". 140 battute di testo per segnalare prima di chiunque altro l'inusitato ammaraggio.
Brevi cinguettìi nel coro informatico: questo significa twitter che ha come logo un uccellino. Versi di informazioni sul qui e ora nell'esatto qui e ora di tutti i "followers", gli interlocutori che ognuno può accettare di ascoltare (ma è possibile anche dialogare con tutti, senza restrizioni, un'eco pazzesca). Registrazione gratuita, poco altro da imparare per entrare nel concerto. Si pubblicano i twitt, frasi minimali(ste) su cosa si sta facendo in quell'esatto momento. Chi ha scelto di seguire legge, e risponde, e riceve, e rimanda in un'interminabile sequenza frazionata del tempo. Tutte le schegge di testo vengono pubblicate sulla Pubblic Timeline, dove ci sono i cinguettìi provenienti da ovunque, all'unisono.
Lo scopo. La socialità, la tracciabilità, l'iperconnessione. Il mezzo più breve per il flusso di coscienza internettiano, la geografia delle emozioni proprio in quell'unico transitorio istante che non tornerà più, la manìa del tempo reale. Chi twitta vuole iconizzare il proprio status, la propria attualità sincronica, anche quando informa su propri gusti e disponibilità economiche: "Utente compra scarpe da mille euro". Dal settembre 2007 a quello successivo Twitter è diventato il social network che ha registrato il più alto incremento di utenti (+600%) e di visitatori unici (+343%). È molto indietro rispetto ai big del genere, ma a febbraio Compete.com, misuratore di accessi web, nella sua classifica l'ha piazzato per terzo: davanti ha solo MySpace e al primo posto Facebook, il più popolare di tutti (ieri di nuovo attaccato da hacker, la quinta volta in una settimana).
A novembre FB ha provato a comprare Twitter per 500 milioni di dollari, ma l'Obvious Corp, la società di San Francisco che fa capo ai tre 30enni californiani (Jack Dorsey, Evan Williams, Biz Stone) che l'hanno creato, hanno detto no grazie: "Vogliamo mantenere la nostra indipendenza". Pare che in realtà il rifiuto sia stato dovuto alle modalità di pagamento: stock options FB, troppo volatili anche per i tre che hanno inventato lo svolazzante cinguettìo. Ma le trattative vanno avanti, e adesso anche rumors sull'interesse all'acquisto di Google. La disarmante facilità è una sua dote, e anche quell'intimità digitale che consente. Ma pure lo "stato d'ansia", altro significato di twitter, è interessante. Compulsivo desiderio della diretta, per dire i frammenti della vita in onda.
Fonte: La Repubblica
Il futuro della comunicazione? Integrata!

E’ fuori di dubbio. E’ altissima l’attenzione che le aziende della moda dedicano oggi alla comunicazione, al punto da surclassare, talvolta, la dedizione al prodotto. Estremizzando il concetto, tra un ottimo prodotto mal comunicato e un prodotto mediocre comunicato con grande enfasi mediatica, è certo che il secondo è vincente.
Grandi risorse ed energie vengono dunque incanalate per creare quell’ inquantificabile plus che sta intorno all’azienda ed alla sua offerta. Rincorrendo strategie diverse, sottili, osmotiche. Così, se prima era la pagina pubblicitaria sulla carta stampata il veicolo più gettonato per far conoscere un vestito o un accessorio, ora se ne sono aggiunti molti altri a contenderne il primato. E nessuno sostituisce i precedenti, anzi si aggiunge per una strategia di comunicazione che si fa sempre più complessa. Dal web a iniziative mirate con testate specialistiche, dall’organizzazione di eventi ai progetti di co-marketing, dalla presenza itinerante nei luoghi strategici per i target, all’ausilio delle community interattive.
Abbiamo voluto approfondire l’argomento intervistando – con 8 domande - alcuni autorevoli esponenti del mondo della comunicazione e della pubblicità. Ne è emerso un panorama complesso e con grandi potenzialità di evoluzione. Abbiamo chiesto l’opinione di esperti di agenzie di comunicazione: Tullio Marcati (Studio Marcati), Isabella Errani (Studio Errani), Lorenza Bassetti (Ad Mirabilia) e Andrea D’Amico (Attila&co); di centri media: Mariangela Bonatto di Carat Luxury e Laura Sibi di Mindshare e di aziende del settore: Luisa Bertoncello, AD di Flash & Partners e a Federica Fusco, responsabile marketing di FGF Industry.
Web versus Carta stampata
Bassetti: Le due realtà non sono in contrapposizione: la comunicazione cartacea delle aziende sempre più spesso rimanda ad un contatto sul web; interessanti a tal proposito gli esperimenti già realizzati, soprattutto negli Stati Uniti, di fornire delle chiavette per leggere codici a barre sulle pagine delle riviste e traghettare il lettore direttamente su un sito specifico.
La soluzione forse non ha avuto un grande sviluppo, ma testimonia comunque l’esigenza delle aziende di utilizzare i media classici per creare traffico sul web, dove è possibile creare una comunicazione aziendale o di prodotto più completa e interattiva.
Bertoncello: Oggi sul sito di un brand vengono fatti investimenti elevati. Il sito, se ben costruito e interattivo, permette di catturare utenti e di fidelizzarli: la comunicazione sul brand oggi è a 360°. L’investimento in pianificazione su siti editoriali è proficuo nel momento in cui si crea un vero legame tra questi e il sito del brand (banner con link di accesso, iniziative, concorsi, ecc).
Bonatto: La pubblicità sulle riviste cartacee è ora sempre più spesso finalizzata ad un impatto grafico forte, quasi tattile, con soluzione sofisticate, come ad esempio il groupage con inserti di pesante carta dorata. Gli investimenti delle aziende della moda sul web stanno invece aumentando, anche in canali diversi (vedi per esempio il profumo Get Together di Giorgio Armani lanciato su MSN Messenger lo scorso giugno), ma sono ancora lontani dalla possibilità di offuscare la carta stampata.
D’Amico: La pagina pubblicitaria tabellare sulla carta equivale ad un annuncio pubblicitario su internet; nel primo caso si cerca di acquisire posizioni di pregio all’interno di un periodico, mentre il web non ha limitazioni di spazi ed è bilaterale, consente cioè un dialogo tra marca e utente. Sono quindi veicoli sinergici.
Testate consumer versus testate business
Bassetti: Le riviste rivolte al trade sempre più spesso passano dalla raccolta di inserzioni pubblicitarie a progetti di marketing e co-marketing mirati alla distribuzione, come ad esempio l’organizzazione di incontri, la pubblicazione di monografie, la sponsorizzazione di eventi… possono quindi costituire un partner privilegiato per le aziende al fine di una più efficace comunicazione”.
Bertoncello: L’importanza delle testate consumer è scontata, ma le testate specializzate, soprattutto quelle rivolte al trade, sono da considerarsi sempre più importanti perché consentono di informare i buyer sui nuovi marchi da inserire in negozio.
Bonatto: Molto dipende dalla tipologia di prodotto e dal periodo dell’anno: è fuor di dubbio che se si vuole pubblicizzare un profumo, magari in periodo natalizio, si mira alla stampa generalista. La stampa business è un buon veicolo quando l’obiettivo è l’ampliamento distributivo di un brand.
Errani: A mio avviso l’unica discriminante è costituita dalla qualità della testata. Certo i generalisti hanno il vantaggio di creare comunque contatti con un numero molto più elevato di lettori.
Marcati: Diciamo che nel caso di testate italiane rivolte al trade, conosciute per la loro valenza e autorevolezza, i direttori esercitano un’influenza preponderante nelle decisioni dei clienti di usare tali mezzi, spesso per i rapporti personali che si creano.
Sibi: La scelta del tipo di testata è estremamente soggettiva, è difficile generalizzare. In ogni caso la complementarietà tra i due diversi canali è sempre più importante per l’efficacia della comunicazione.
Carta stampata: settimanali, mensili o quotidiani e i free-magazine?
Bassetti: Ogni tipo di magazine può risultare efficace: in certi casi è più rilevante la readership, in altri l’alta frequenza di uscite o, per contro, la lunga vita di un numero; ciò che conta sempre di più oggi è evitare l’effetto marmellata: un eccesso di foliazione di pagine pubblicitarie ne riduce infatti l’impatto. I free-magazine hanno un valore nella misura in cui interessano il pubblico. La loro quota di mercato è destinata ad aumentare, anche se forse il fatto che si tratti di riviste gratuite ne può abbreviare la vita rendendole più ‘usa e getta’ di altre….
Bertoncello: Settimanali e mensili rappresentano per noi una percentuale importante d’investimento, abbiamo invece utilizzato i quotidiani per il lancio di campagne d’impatto o nuovi progetti e sicuramente prevediamo di aumentare gli investimenti su questo tipo di media. Interessante e significativa l’evoluzione dei free-magazine. Ci investiremo di più, purchè siano in sintonia con l’immagine del marchio.
Marcati: A prescindere dalla tipologia – anche se oggi c’è un surplus - sottolineo il fatto dell’importanza della veridicità dei dati sulla diffusione.
Gli eventi mediatici?
Fusco: Perché un evento mediatico venga ricordato deve coinvolgere il più possibile gente della moda, dello spettacolo, della politica ed eventualmente dello sport, perché oggi i diversi settori “da cui provengono i personaggi pubblici” sono sempre più osmotici.
Errani: Credo che oggi un evento sia di successo solo quando è veramente coerente con il marchio. Il suo ricordo deve evocare immediatamente il mondo di riferimento del brand.
D’Amico: L’esperiential marketing è una strategia imprescindibile per gestire bene eventi, per realizzare operazioni che lascino un’impressione chiara e vivida della personalità del marchio, con un approccio emozionale, sensoriale, di forte coinvolgimento.
Marcati: L’evento mediatico ha senso se fatto alla grande, cioè potendo disporre di budget adeguati, ed in maniera creativa, altrimenti è meglio non farlo.
La pubblicità televisiva?
Bassetti: A volte la frequenza di passaggio tambureggiante degli spot risulta piuttosto irritante, inficiando l’efficacia del messaggio; è quindi necessaria una gran ricerca creativa per conquistare interesse e destare simpatia per il prodotto o la marca, un lusso che lo spettatore gradisce e premia.
Errani: E’ vero che la moda usa poco la TV, ma io credo che una TV più di qualità farebbe avvicinare molti brand del fashion alla pubblicità televisiva.
Fusco: La televisione è indubbiamente il mezzo che ti permette di arrivare prima di tutti gli altri direttamente al consumatore finale, ovviamente il cospicuo investimento che comporta ne costituisce un deterrente.
Marcati: Certo che la pubblicità televisiva è un mezzo molto importante, che raggiunge ogni target di persone e di età; si fa ricordare però solo se gli spot riescono a sintetizzare una storia, e in questo la colonna sonora ha un ruolo di rilievo.
Sibi: Il mezzo televisivo non viene generalmente utilizzato dal mondo fashion/luxury ad eccezione di profumi, cosmesi o gioielli in determinati periodi dell’anno, come Natale o S.Valentino. Non escludo che in un prossimo futuro le TV satellitari, con attività che vanno al di là dei 30” dello spot, possano diventare un mezzo di comunicazione ampiamente utilizzato anche dalle grandi firme.
Co-marketing e co-branding
Bertoncello: Ritengo siano operazioni dalle potenzialità interessanti e profittevoli; certo è necessario trovare il partner che sia in sintonia con il DNA del brand, al fine di costruire un progetto efficace.
D’Amico: Le iniziative di co-marketing e di co-branding, se ben condotte, possono portare innovazione in un mercato che ha già sperimentato quasi tutto.
Fusco: Si tratta di strategie che per essere utili e proficue, devono esser mirate ed attentamente selezionate.
Marcati: Io penso che si tratti di mezzi di diffusione importanti, anche se ci sono ancora remore al loro utilizzo perché è diffuso il timore che uno dei due marchi venga cannibalizzato dall’altro.
Bassetti: Sono indubbiamente strumenti utili se l’obiettivo è di rinforzare il posizionamento di un brand nella mente del consumatore, per realizzare cioè il classico “dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”. Quando, al contrario, sono strumenti per fare della promozione ad un costo inferiore, i danni possono essere superiori ai vantaggi.
Marketing itinerante - guerrilla marketing
Bertoncello: Io penso che rappresentino il futuro delle strategie di marketing: se costruite in modo intelligente possono comunicare con un ottimo ritorno, anche con investimenti non considerevoli.
Bonatto: La comunicazione su territorio è generalmente legata a momenti particolari della vita del brand e risulta importante per creare un contatto con il consumatore. Anche se non necessariamente il singolo evento risulta memorabile, è importante che sia ben concatenato in un progetto di ampio respiro. In fondo è l’insieme di tante piccole azioni a generare una visibilità ampia.
Errani: Credo che il guerrilla marketing possa essere molto interessante per marchi di impronta street. Per altri generi può rappresentare un’opportunità emergente, a patto però di costruire situazioni che ben esaltino la qualità del marchio.
Comunità interattive
Bassetti: Credo che le communities interattive possano avere una valenza informativa di rilievo. E’ certo che stimolare un dibattito su prodotti di nicchia o su marchi dal vasto pubblico aspirazionale è più facile che per la maggior parte dei prodotti di largo consumo. Una marca di pasta, un dentifricio o un detersivo difficilmente possono diventare il collante per la creazione di una community appassionata. Si tratta di una sfida in più per le aziende, stimolante sul piano intellettuale e professionale.
Bonatto: Hanno una loro rilevanza soprattutto i business blog, le community gestite dalle aziende, che possono così sondare in tempo reale pareri positivi o negativi; è la parola che viaggia su una dimensione tecnologica, la visione individuale lascia spazio a messaggi collettivi che possono influenzare le strategie di un’azienda.
D’Amico: Le communities comprendono oggi 8 milioni di italiani, quanti gli abbonati Sky, e rappresentano dunque un mondo di riferimento da tenere in grande considerazione, vista anche l’attitudine all’interazione degli utenti presenti.
Errani: Sicuramente sono efficaci: Gant ha scelto come testimonial per l’ultima campagna Scott Schuman, il noto fashion blogger newyorkese, la cui creatura “The sartorialist” è ormai un fenomeno di costume trasversale. E’ questo un esempio di connubio riuscito tra moda e communities interattive.
Fusco: Dipende dal tipo di prodotto e dal target, ovviamente risultano più efficaci se focalizzate su prodotti fashion rivolti ad un pubblico giovane.
Fonte: Pambianco