
C’è chi maggiormente teme il furto del proprio numero di carta di credito, così come chi è infastidito dall’essere catalogato e seguito nei propri comportamenti. Perché alla fine il pericolo è di cadere nella rete. Quella commerciale, ovviamente, finendo per vivere in un costante “Grande Fratello online”. Tanto da ritrovarsi a vedere nel più vecchio e tradizionale advertising off line il minore dei mali.
Perché se è vero che siamo noi a decidere di svelarci in rete, lo è altrettanto che senza dati ci precluderemmo molti dei servizi e delle informazioni, a partire dal normale accesso ai siti. E soprattutto che tutto quello che diciamo potrà essere usato per l’interesse altrui. Essendo ognuno seguito nei suoi comportamenti online, magari vendendo poi a terzi profilazioni, targetizzazioni, nominativi, indirizzi.
Ed è proprio questo a piacere sempre meno agli americani. Come la ricerca dimostra, infatti, ben il 72% degli intervistati è infastidito dal sentirsi ‘spiato’, non ritenendolo ammissibile, se non dopo esplicita e specifica autorizzazione. A stupire pure il fatto che negli Usa, nonostante l’utilizzo della carta di credito abbia da tempo superato i problemi di diffusione italiani, il timore di frodi ancora persiste. Se il discorso si concentra nell’online, poi, ammonta a ben l’82% il numero di persone che teme il furto del proprio numero di carta a seguito di acquisti in rete.
In ogni caso, sono molti, 62%, coloro che hanno fornito i propri dati, salvo pentirsi quando in cambio ricevono proposte pubblicitarie non richieste. Ancora più, poi, se la propria individualità viene venduta a terzi, come lamenta il 54% del campione.
Quasi tutti, 93%, vedono nella richiesta preventiva, specificandone il fine, una soluzione, anche perché per il 72% agli interessati dovrebbe essere quantificato il valore della tracciabilità dei propri comportamenti.
Gli user, comunque, si stanno facendo furbi. Più di un terzo inizia a dare indirizzi mail diversi per evitare di essere rintracciato e bombardato. Oltre un quarto ha imparato a dire le bugie, fornendo informazioni d’accesso fasulle, così da garantirsi l’obiettivo, sfuggendo al conseguente rischio di controllo. Fine raggiunto anche dal 25% di chi utilizza software ad hoc per nascondere la propria identità.
Fonte: Youmark.it
venerdì 7 novembre 2008
LA RIVOLTA DEGLI USERS. NEGLI USA SI DICE NO AL ‘GRANDE FRATELLO’ DELLA RETE
Problem solving.

Nel trovare soluzioni strategiche e creative, nel proporre azioni di comunicazione, nel dare pareri, mi sembra spesso di improvvisare, di basarmi sul buon senso e sull' esperienza e poco sui fatti e sulle analisi. All' opposto vedo i Centri Media che seppelliscono di numeri e di documentazione le loro proposte.
Nel mestiere di comunicatore quanto spazio bisogna lasciare all'intuito e quanto all'analisi tecnica e razionale?
Oggi è più che giustificata l'impressione di una certa approssimazione nello svolgere il proprio mestiere perché si è accentuata la distanza fra la elevata specializzazione da un lato (es. i centri media, le discipline specialistiche di comunicazione) e la sollecitazione ad avere progetti integrati ed una visione strategica generale e coerente dall' altro (es. il branding, la richiesta di strategie creative organiche). I due piani dialogano sempre meno tra loro e sempre più le diverse "competences" si sentono inadeguate e private di un paradigma comune dove collocarsi. E ogni professionista attinge alle risorse e alle argomentazioni che più gli appartengono, siano esse i numeri e le analisi o l'intuizione o l'esperienza, ma si sen te spesso inadeguato.
Le tecniche di "problem solving", che è l'abilità con cui le imprese di comunicazione devono quotidianamente confrontarsi, aiutano a individuare un metodo organico.
La premessa di queste tecniche prevede proprio di non innamorarsi di un unico approccio e di sapere, invece, impiegare con abilità diverse metodologie.
Come illustrato nel box, sono tre le tecniche di base del "problem solving", ognuna delle quali ha vantaggi e svantaggi: il metodo logico deduttivo, l'approccio sperimentale, il metodo intuitivo (o creativo).
L'errore sta nel credere che esiste in assoluto un metodo migliore di un altro e di proclamarsi paladini della creatività a tutti costi, o dell'esperienza o della ricerca razionale, senza avere la flessibilità e la sensibilità di modificare il proprio abituale approccio.
Anche la risposta "il metodo dipende dal problema da affrontare e dal contesto" può però nascondere la trappola del non riferirsi a nessun metodo in particolare e alle sue ferree regole, giustificando il saltare da un approccio all' altro. Credo che sia proprio questa mancanza di rigore e di disciplina interna che genera il senso di inadeguatezza presente nella domanda iniziale.
Alcuni paletti possono aiutare ad affrontare con più aderenza il costante "problem solving" cui sono chiamate le agenzie.
E' importante distinguere il momento della ricerca e dell' analisi delle cause e del contesto del "problema" da affrontare (che coincide con la fase di ricerche, confronti, raccolta informazioni) rispetto al momento della presa di decisione su come risolvere il problema (che, ad esempio, coincide con la scelta delle proposte da presentare, delle azioni da avviare): se queste due fasi sono sovrapposte, è più debole la soluzione, a volte imbarazzante per inefficacia perché non collegata con le vere cause del problema.
Bisogna ricordarsi che la configurazione iniziale del problema, la sua valutazione percettiva determina poi la scelta del metodo e del processo successivo: questo "pregiudizio" è influenzato dal mondo delle nostre emozioni che orienta modelli percettivi e "bias cognitivi" che spesso rendono distorta e limitata ogni ricerca e analisi successiva.
Il processo di analisi e gestione del problema, al di là del metodo che si è scelto, deve rispettare dei passaggi precisi. Le fasi illustrate nella figura sotto riportata si riferiscono ad un processo chiamato "configurazionale": da una valutazione di partenza, si considera lo spazio "configurazionale" da gestire ovvero le variabili umane e organizzative e i parametri oggettivi per poi definire la configurazione ottimale cui tendere e procedere ad avvicinarsi ad essa con tappe successive.
Nella realtà complessa e articolata delle imprese di comunicazione, il "problem solving" e le soluzione transitano inevitabilmente attraverso un processo decisionale di gruppo, in cui la condivisione delle informazioni è fondamentale: ricordarsi che, in questi contesti, normalmente vengono condivise le informazioni comuni, meno quelle dei singoli individui. E a volte sono questi i dati che fanno la differenza per imboccare una strada o un' altra. Per ottenere tali specifiche informazioni, spesso non si tiene sufficientemente conto dell'influenza sociale, affettiva, emotiva sugli individui, che li porta a partecipare o meno a discussioni e confronti.
Infine, a semplice titolo di promemoria, considerate alcuni ostacoli ad 1m efficace "problem solving" che sono riportati nell'ultima figura.
Fonte: L’Impresa di Comunicazione
Sicurezza - Insicurezza. L’insicurezza sociale e di consumo e quella da abbondanza

1. Insicurezza sociale e di consumo
L'ondata emozionale, amplificata dai partiti politici e dai media, originata dalla sicurezza violata, ha probabilmente avuto un impatto anche sulle dinamiche di acquisto e di consumo. È difficilmente quantificabile ed esistono poche ricerche che fanno luce su questi aspetti. Cercheremo di affrontarli tentando di evitare un giudizio politico ma concentrandoci sull'impatto sociale della campagna sulla sicurezza. Una recente relazione di Claudio Bosio di GfKEurisko permette di andare in profondità: il sentiment del cittadinoconsumatore, spiega Bosio, è influenzato in generale dalla sicurezza del paese e della zona in cui abita ma la sua sicurezza personale è influenzata anche dal posto di lavoro, dalle sue risorse finanziarie e dai prezzi dei beni che vuole acquistare. Oggi la criminalità è al primo posto sia nella spiegazione soggettiva sia oggettiva. E su questo l'influenza dei media e degli slogan politici ha avuto un importante risultato: una chiusura sociale aspra e drammatica presente in quasi tutti i segmenti della popolazione. Sottolinea Bosio: “È necessario andare oltre un modello di sicurezza basato sulla ripetizione. È necessario fare connessioni per salti, valorizzando la discontinuità, capitalizzando, quindi, il domani e non il passato prossimo”.
È necessario, cioè, generare visioni socialmente condivise sul futuro piuttosto che sul passato, sull'apertura piuttosto che sulla chiusura, sulla solidarietà piuttosto che sull'ioegoismo. “Bisogna dice ancora Bosio andare oltre l'emergenza. Bisogna abbandonare la gestione sintomatica del problema della sicurezza e ricostruire i riferimenti del cittadinoconsumatore”. La sicurezza, cioè, deve passare da emergenza a progetto in un quadro positivo dove i politici dovranno essere in grado di restituire ai consumatori il potere di acquisto e gli strumenti per dominare i prezzi e le loro variazioni impreviste e repentine.
2. Insicurezza da abbondanza
Il Cermes dell'Università Bocconi tira le somme dei comportamenti di acquisto in modo lapidario. Dicono i ricercatori: “In media sono 30 i prodotti presenti nel carrello della spesa; il numero di prodotti acquistati annualmente dalle famiglie sono 400. Sempre mediamente un buon supermercato tratta 8.000 referenze. Ma, ahimè, sono circa 500.000 le referenze presenti sul mercato”. Tradotto in comune sentire: acquistare è difficile soprattutto se si pensa che si impiegano (sempre mediamente) 40 secondi per scegliere un prodotto. Ma c'è dell'altro: un terzo degli italiani cambia punto di vendita per risparmiare. Lo fa in modo razionale, certamente, perché va a caccia di promozioni brandendo il volantino come fosse la lista della spesa. Ogni marketing manager, ogni buyer devono saperselo chiedere: come fa il cliente a scegliere negli attuali assortimenti stracolmi di tutto e il contrario di tutto, con scale prezzo inesistenti o quasi piatte, con una politica di pricing incomprensibile, con dei display confusi e che sembrano essere costruiti appositamente per non far confrontare i prodotti? In momenti di crisi come questi che stiamo vivendo, in questo marasma di moltiplicazione dell'offerta in ogni luogo e in ogni tempo, dove un conto è acquistare e un altro è consumare, MARK UP crede che il consumatore si senta sempre più frustrato e insicuro di qualche anno fa. L'insicurezza nasce dalla vastità generale degli assortimenti e dalla frammentazione diversa da categoria a categoria delle singole frazioni merceologiche. In alcune non esistono i prodotti a marchio, molte altre sono sguarnite di primi prezzi ma posseggono due diverse linee di alto di gamma: è davvero difficile capirne il senso. Qual è, infine, il motivo per cui la business community (sia l'Idm sia la Gda) ha dato il primato della comunicazione al pricing, quindi all'atto dell'acquisto, piuttosto che al piacere del consumo, se il linguaggio del pricing è diventato così illeggibile e insostenibile?
Fonte: Markup
Filosofia, usi e consumi: come l'acqua ci cambierà la vita.

Nel nostro mondo materialista è via via maggiore l'attenzione verso uno degli elementi naturali alla base della vita: l'acqua. Si tratta di tendenze contraddittorie, “fluide” come direbbe Baumann (e mai come in questo caso il termine è più adatto), ma anche rassicuranti se l'oggetto di analisi è un simbolo della cultura e della storia dell'uomo. L'acqua è diventata dapprima di moda come consumo ostentativo sulle tavole di tutti i giorni: acque minerali provenienti dall'altro capo del mondo o da fonti “inventate” di sana pianta confezionate in bottiglie di design; prodotti che consumano energia, si pensi solo al trasporto aereo, e quindi inquinano. In seguito sono nati gli acqua bar e le carte delle acque (come quelle dei vini) nei migliori ristoranti, mentre oggi, sempre più in clima di risparmio energetico, si inizia a rivalutare l'acqua del rubinetto da bere e si cerca di risparmiarne l'utilizzo per l'igiene personale e per la lavanderia.
Non è necessario arrivare ai livelli del sindaco di Londra che propone di tirare l'acqua del wc una volta alla settimana; certo è però che stando tutti un po' più attenti agli sprechi si può ottenere un buon risparmio. Un'attenzione, questa, che pochi anni fa sarebbe stata vissuta come un sacrificio, ma che oggi rappresenta una cultura diffusa in tutti gli strati sociali per via dell'impatto devastante della società dei consumi sull'ambiente.
Fluido amico
Intanto l'aspetto di relazione con l'acqua è profondamente cambiato. Immergersi, giocare, curarsi è diventato una routine per tutti: basti considerare “l'espansione” delle dimensioni delle vasche da bagno negli ultimi anni. Fuori casa andiamo nelle spa che assomigliano sempre di più alle terme romane, come fruizione (relax e business) o rappresentano vere e proprie fonti curative sovvenzionate dal sistema sanitario nazionale. Ci piace stare nell'acqua in ambienti eleganti ispirati a filosofie orientali, divertirci nelle nuove piscine con suggestioni tropicali, surfare su onde artificiali, scaldarci in grotte come saune. Sintomi di una società decadente? Probabilmente sì, ma anche desiderio di un rapporto più intenso con l'elemento naturale da cui veniamo e che ci mantiene in vita. Dominare la terra, l'aria e il fuoco è un'esperienza che ci lega alla tecnica, un déjàvu che ci ha portato a dubitare delle virtù benefiche del progresso. Riappropriarsi dell'acqua è invece un obiettivo più facile: la sua “fluidità” si identifica con il pensiero dell'uomo moderno, poche certezze ma tanto movimento. Del resto, “Tutto scorre” potrebbe essere lo slogan per la pubblicità progresso dell'umanità!
Isola tropicale teutonica
Settanta milioni di euro per regalare il sogno tropicale ai berlinesi: da un hangar militare e con l'aiuto di un imprenditore malese, nasce Tropical Islands, 66.000 mq di area coperta, con vegetazione e clima tipici di località amene e tante attrazioni e possibilità di svago 24 ore non stop. La vasca South Sea è un mare tropicale con una superficie superiore a 4.000 mq, temperatura fissa di 28°, una spiaggia attrezzata, con sdraio e sabbia bianca, su cui si stagliano palme equatoriali accarezzate dalla brezza dei tropici.
Fiumi del mondo
È stato inaugurato per l'Expo l'acquario di Saragozza, il più grande d'Europa di acqua dolce. Il concept è quello di attraversare i fiumi più importanti del mondo: il Nilo, il Mekong, il rio delle Amazzoni, l'Ebro, Il Murray in Australia. Il percorso è ambientato a tema nello stile Disneyland: insieme alla grande vasca alta oltre 9 metri, esistono vasche all'aperto, piante, animali anfibi e insetti; ogni fiume sfocia nel mare con i suoi pesci tipici. Peccato che manchi totalmente la comunicazione didattica per capire cosa si stia vedendo... per adesso ci si arrangia con una brochure.
Fonte: Markup
venerdì 3 ottobre 2008
Architettura e marketing creano più valore nel retail

L'idea che architettura e marketing debbano essere integrati in un unico processo per creare valore nel retail nasce dalla constatazione che, per il retailer, la capacità di vendere è soltanto una condizione necessaria ma non sufficiente per avere successo. Diventa invece fondamentale la capacità di realizzare building e negozi che siano veri poli di attrazione e, al tempo stesso, dei detonatori della notorietà e dei valori di marca. Il fenomeno alla base di questa nuova necessità è stato il superamento della divisione tra aziende di produzione e aziende di distribuzione, attraverso l'integrazione a valle da parte dei produttori, con la creazione di proprie reti globali di flagship store (o brand-store).
IL RITORNO DELL'ALTA ARCHITETTURA
La nuova consapevolezza che queste aziende hanno maturato facendo i retailer è che per la costruzione della percezione di marca nell'immaginario collettivo dei propri clienti la rete negozi gioca un ruolo più rilevante di ogni altra leva. Di conseguenza, torna al centro dell'attenzione la disciplina che più di ogni altra determina l'aspetto del building e/o del negozio, vale a dire l'architettura. Negli ultimi dieci anni sono stati frequenti i casi di architetti famosi coinvolti in progetti di negozi/building. Ma oggi il fenomeno è tale che, di fatto, non c'è più differenza tra architettura "alta" e architettura per lo shopping.
ALLONTANARSI DALLA SCATOLA
Oggi stiamo assistendo a un cambiamento epocale rispetto all'era dei grandi mali: scatole, rese possibili dalla tecnologia del condizionamento ambienti, dalle nuove tecniche costruttive, dalla mobilità delle persone determinata dalla diffusione dell'automobile. Con gli Stati Uniti all'avanguardia del fenomeno: il primo "enclosed mall" (centro commerciale) viene realizzato a Minneapolis da Victor Gruen, nel 1956, il primo Wal-Mart è del 1962, e nel1964 a Toronto (Canada) viene realizzato lo Yorkdale Shopping Plaza. Già nel 1960 i140% degli americani fa shopping in ben 10.000 supermercati. Si parlerà di "Gruen Urbanism", movimento volto ad attribuire, attraverso shopping mall, una nuova identità alle nascenti periferie di quegli anni. La grande onda degli shopping mall e supermercati incomincia a "tornare indietro", negli Stati Uniti, già a metà degli anni ‘90. E nel 1994 ben 1'80% dei nuovi store è costituito da category killer. Nel 1995 si verificano 12.952 "retail failures" e nel paese che da sempre rappresenta l'avanguardia nel retail in quegli anni si avverte che per le grandi scatole il declino è alle porte. Incomincia (ricomincia) l'era dei flagship store. Viene aperto nel ‘92 il primo NikeTown a Portland. I flagship store sono diventati oggi il nuovo linguaggio della marca. Comunicano l'identità dell'impresa, i suoi valori, la qualità dei prodotti, e le sintetizzano all'esterno e all'interno di un luogo. E a differenza della pubblicità, che è temporanea e che passa, i brand-store rimangono e comunicano in permanenza. Punti fondamentali da evidenziare sono originalità e unicità dell'edificio o del negozio quale obiettivi da raggiungere. Efficienza e funzionalità dei criteri espositivi e del layout passano in secondo piano. Mentre la capacità del negozio o del building di diventare un luogo-evento capace di elevarsi al di sopra del "rumore di fondo" della città diventa essenziale per il successo. Ecco perché la grande creatività architettonica esterna e interna, la "High Architecture" con il suo talento e capacità di inventare "luoghi" che si stacchino dalla media, ritorna al centro della progettazione dei negozi.
LA STRATEGIA GLOBALE
La nostra tesi è che nei nuovi retailer monomarca l'architettura da un lato e il marketing dall'altro giochino un ruolo talmente importante per la performance del building/negozio da richiedere un processo di collaborazione integrata dall'inizio alla fine. Di conseguenza l'idea che lavorino, come invece spesso accade, secondo una sequenza per cui l'architetto definisce il progetto dell'edificio e/o del negozio, e il responsabile marketing si occupa di ottimizzare la gestione della relazione con il cliente "a partire dal negozio che si ritrova", dovrebbe essere superata. Il nuovo processo operativo si fonderebbe invece su un lavoro gomito a gomito tra marketing e architettura, fin dalla prima concezione dell'idea di negozio. In tale prospettiva, il compito del marketing non dovrebbe essere certo quello di frustrare la creatività dell'architetto, bensì quello di indirizzarla in modo coerente con il posizionamento della marca oggetto del negozio, e con le caratteristiche del cliente. Sarebbe fondamentale che il marketing strategico dell'azienda mettesse l'architetto al corrente di tutte le informazioni disponibili sulla marca, e lo coinvolgesse in eventuali ricerche di mercato e focus group. E, esattamente come avviene tra aziende di largo consumo e agenzie di pubblicità, il processo creativo concreto dovrebbe partire con la condivisione di una copy-retail development strategy, in cui vengono concordati obiettivi fondamentali della creatività retail alla base della definizione del nuovo negozio, ma anche i momenti chiave di verifica della performance del nuovo punto di vendita. L'implementazione da parte di distributori di un approccio totalmente integrato tra marketing e architettura porterebbe alla creazione di un linguaggio comune tra due competenze fondamentali per la performance di queste reti di negozi, realizzando un ideale punto di equilibrio tra creatività e strategia, luogo ed esperienza d'acquisto, disegno e marca. O, per concludere con una metafora, realizzando un teatro dei sogni dove c'è piena coerenza tra l'aspetto del teatro e il tipo di sogno proposto.
Fonte: Markup
Fiere. Insostituibile fisicità

In Italia si svolgono oltre un migliaio di manifestazioni fieristiche: 195 internazionali, 422 nazionali e 113 a livello regionale. Sono questi i dati rilasciati dalla AEFI, l'Associazione Esposizioni e Fiere Italiane.
Oltre alle fiere campionarie, le diverse manifestazioni sono rappresentative di 27 categorie economiche. Ne consegue l'importanza del nostro sistema fieristico nazionale, che rispecchia la struttura produttiva industriale del Paese.
Si tratta di un mercato che si basa sulla specializzazione settoriale e proprio su questa fonda la propria rilevanza e le proprie potenzialità di sviluppo a livello internazionale. Come molti altri comparti della nostra economia, anche il settore fieristico è stato protagonista di una forte evoluzione, con progetti di ampliamento, la trasformazione di enti fieristici in società per azioni, il decentramento a livello regionale delle competenze di alcune fiere ed esposizioni.
"Il comparto fieristico italiano gode di buona salute e le vendite di spazi espositivi sono in crescita, sebbene in misura minore rispetto al passato in quanto oggi è un mercato quasi saturo e le aziende collocano buona parte dell'investimento fieristico in manifestazioni all'estero", afferma Francesca Golfetto, Docente all'Università Bocconi e Direttore del Centro di Ricerca Cermes. "Tutti i comparti fieristici sono caratterizzati da una crescente internazionalizzazione: le aziende spendono in media dal 25 al 30% del budget in partecipazione a fiere estere, mentre solo dieci anni fa la media non superava il 10-12%".
Spendono maggiormente in questo ambito le aziende che operano nel mondo dei beni industriali e nel B2B, ma hanno ripreso vitalità anche le fiere B2C, vissute come evento collettivo. Attorno alla manifestazione centrale, i vari espositori organizzano i propri eventi rivolti al personale, ai venditori, agli opinion makers, eccetera. È il caso del Salone del Mobile o della moda, che riscuotono grande successo poiché l'Italia in questi mercati specifici, come nel mercato dei beni strumentali, riveste un ruolo universalmente riconosciuto e vanta le fiere più importanti del mondo.
Il settore ha vissuto un momento di difficoltà, a fronte della crescita delle nuove tecnologie. "Alcuni addetti ai lavori temevano che internet avrebbe ucciso questo mercato e c'è chi ha addirittura tentato di realizzare fiere online. In realtà, però, sebbene la tecnologia consenta di migliorarne i servizi e di accedere con maggiore immediatezza alle informazioni, internet non può sostituire la fisicità dello strumento fiera". Nel BtoC funziona il principio del marketing esperenziale; nel BtoB l'incontro diretto consente alle imprese acquirenti di capire le effettive competenze dei fornitori e la loro capacità di adattare i prodotti alle esigenze specifiche.
"Naturalmente occorre fare distinzione tra le fiere nei mercati maturi, come l'Europa, che hanno sempre più la funzione di incontro periodico e di confronto dei fornitori da parte delle aziende clienti, e quelle dei Paesi emergenti, come la Cina, che sono sostanzialmente finalizzate alla vendita e allo sviluppo di nuovi mercati".
In tutti i casi, la presenza in fiera dovrebbe seguire le regole del marketing esperenziale. "Un'azienda capisce la qualità del fornitore verificando la competenza dei suoi tecnici, o toccandone con mano i prodotti. E dalla presenza contestuale di più fornitori ne riscontra le capacità di allineamento ai trend di stagione. Nelle fiere di filati, ad esempio, le aziende tessili presentano dei filatori che realizzano i tessuti, dimostrando di avere sia competenze tecniche sia di fashion e di essere allineati alle esigenze degli acquirenti. In questi contesti, le ballerine e le signorine in minigonna sono un inutile spreco di denaro. Diverso è il caso delle fiere consumer, nelle quali il visitatore cerca innanzitutto socializzazione, divertimento, sperimentazione e svago".
In fiera la comunicazione deve essere sinergica con quella sui media, e generalmente è preceduta da una campagna che invita a visitare lo stand. "Sarebbe poi importante, dopo l'evento, ricontattare i potenziali acquirenti. Al contrario, spesso, gli espositori, avendo lavorato alacremente prima della fiera, dopo si rilassano e vanno in ferie".
Tutte le fiere rispecchiano, in varia misura, lo stato del mercato, solo alcune, però, sono anche capaci di influenzarlo pesantemente. "Pensiamo a Première visione, a Parigi, dove italiani e francesi stabiliscono i trend della moda per i due anni successivi. In questi casi, alcuni gruppi di produttori, invece di presentare ciascuno la propria produzione, perseguonostrategie di marketing collettivo, riuscendo così a condizionare l'evoluzione del settore. Ciò avviene nelle grandi fiere internazionali". In tali contesti sarebbe auspicabile che gli italiani si accordassero tra loro, a vantaggio dell'intero comparto. Il visitatore, infatti, visita una fiera per cogliere il feeling del mercato e se molti espositori presentano un'offerta strategicamente sinergica, riescono a influenzarne le opinioni e le preferenze.
L'impatto della fiera è forte anche rispetto al territorio che la ospita. "In caso di una manifestazione internazionale, per ogni euro che l'organizzatore incassa, se ne producono dai 10 ai 15 sul territorio, grazie all'afflusso di espositori e visitatori. I primi acquistano strutture espositive e servizi di comunicazione, ristorazione, eventi; i secondi spendono in alberghi, trasporti, eccetera. Si tratta di un ambito molto interessante dell'industria turistica".
Fonte: Advertiser
Due consumatori globali su tre prestano attenzione alle informazioni nutrizionali sulle etichette

Secondo la ricerca Nielsen, un consumatore globale su cinque (24%) controlla sempre le informazioni nutrizionali quando acquista cibi – un dato in crescita rispetto al 21% di tre anni fa.
Il Nord America guida la corsa tra chi vuole comprendere le etichette dei generi alimentari. Il 67% dei consumatori di questa regione afferma di comprendere quasi tutto delle etichette. Per molti acquirenti del Nord America esaminare le etichette è diventata routine e i produttori più sofisticati hanno fatto di queste etichette un incisivo strumento di marketing. Secondo la ricerca Nielsen, quasi la metà (43%) dei consumatori statunitensi controlla sempre il contenuto di grassi transgenici degli alimenti confezionati.
Sebbene i consumatori Nord Americani siano in testa a questa speciale classifica, i consumatori in Asia Pacifico si sono messi al passo con questa tendenza negli ultimi tre anni. Infatti il 68% dei consumatori in questa regione afferma di prendere nota delle informazioni nutrizionali sulle confezioni in misura maggiore rispetto a due anni fa.
Oltre il 70% dei consumatori cinesi e degli Emirati Arabi afferma di prendere nota delle informazioni nutrizionali sulle confezioni in misura maggiore rispetto a due anni fa. Lo sviluppo dei supermercati e la modernizzazione del commercio nei mercati emergenti degli ultimi dieci anni ha messo a disposizione dei consumatori una pletora di nuovi prodotti confezionati. Molti consumatori scoprono nuovi prodotti solo quando li vedono esposti in negozio, e pertanto le informazioni nutrizionali sulla confezione aiutano a informare gli acquirenti su cosa comprano e cosa mangiano.
Nonostante la distanza geografica, la ricerca Nielsen rivela che i consumatori francesi e giapponesi hanno attitudini notevolmente simili per quanto riguarda informazioni nutrizionali e etichette. Il Giappone (18%) e la Francia (16%) sono ai primi posti mondiali per il numero di coloro che affermano di non controllare mai le informazioni nutrizionali sui cibi confezionati, ma sono anche tra le prime dieci nazioni per numero di coloro che affermano di non comprendere affatto le etichette.
Un consumatore europeo su dieci afferma di non controllare mai le informazioni nutrizionali. Sebbene un italiano su tre (29%) affermi di controllare sempre le informazioni nutrizionali sui prodotti confezionati, uno su dieci afferma di non comprenderle affatto.
Dal punto di vista globale, è l'interesse nel contenuto di grassi a spingere quasi la metà dei consumatori a verificare le etichette sulle confezioni. Il 48% dei consumatori globali afferma di guardare sempre le etichette dei cibi per verificarne il contenuto di grassi, cui seguono calorie (45%) e conservanti (42%). Verificare il contenuto di conservanti ha superato l'interesse per gli zuccheri (41%), che evidentemente sono ritenuti oggi fonte di minor preoccupazione.
Fonte: ADVertiser